Siria, il test pronto per la pace

- Fernando De Haro

In Siria si continua a combattere. E FERNANDO DE HARO ha deciso di percorrere a ritroso il cammino dei profughi che hanno dovuto lasciare la loro terra già 5 anni fa

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LaPresse

La serata è tranquilla ad Amman. La capitale giordana è sempre stata per gli occidentali che viaggiano verso il Medio Oriente un’entrata più dolce della Sublime Porta di Istanbul. I giordani non hanno quella rabbia costante che sembra dominare il personale degli aeroporti turchi: pare offeso del fatto che gli stranieri non conoscono la lingua di Erdogan. E non si tratta di una mera questione di carattere: la Giordania ha accolto generosamente i rifugiati siriani dal 2011, quando una delle primavere arabe si è trasformata rapidamente in una guerra civile; e non si possono poi dimenticare le dichiarazioni di Re Abdallah II alle Nazioni Unite (“i cristiani sono una parte essenziale del futuro della mia regione”) e al Parlamento europeo (“gli attacchi ai cristiani sono un attacco all’islam”), perché risulta accogliente il suo distacco sincero da qualsiasi tipo di giustificazione ideologica della violenza in nome dell’islam.

In alcune ore compio il cammino inverso a quello di due milioni di rifugiati che subiscono gli effetti della malattia di coloro che sono rimasti senza terra. Trascorsi cinque anni da quando sono arrivati i primi, si parla della minaccia di una generazione perduta. Il 60% di loro non riceve istruzione, non c’è denaro per l’assistenza sanitaria e il “mal di campo” avanza man mano che passa il tempo. Il “mal di campo” è questa sorta di distruzione dell’umano derivante dal fatto di non lavorare e ricevere un sussidio permanente che lascia al di sotto della soglia di povertà, ma toglie la voglia di andare avanti con le proprie gambe, rendendo le persone passive.

Per poter fare questo cammino ho aspettato per diverse ore un visto al consolato siriano di Madrid. E l’attesa è stata riempita da una grande foto del Presidente Bashar al-Assad. A qualcuno un’immagine così darebbe sicuramente fastidio. Tra i colleghi occidentali, salvo alcune eccezioni, è diffuso il pensiero che in Siria ci siano due guerre: una contro l’Isis e l’altra che oppone il regime ai ribelli. Ma da quando ho passato una lunga settimana a Beirut due anni e mezzo fa, mi è parso chiaro che l’opposizione libera e democratica che si vedeva nelle strade nel 2011 è scomparsa rapidamente. L’opposizione che tratta nei negoziati di Ginevra è composta da gruppi jihadisti o islamisti appoggiati dall’Arabia Saudita.

Alcune settimane fa Robert F. Worth ha pubblicato un lungo “eretico” reportage sul New York Times Magazine intitolato, sicuramente in maniera provocatoria, “Aleppo after the fall” (Aleppo dopo la caduta). Worth, un corrispondente veterano nella regione, buon conoscitore della città siriana, dava voce ai suoi residenti. Quella di Aleppo nel dicembre 2016 non è stata una “caduta”, ma una liberazione. Le voci dei residenti, non di quelli che scrivono i loro report da Londra, segnalano che da subito si è combattuto contro lo jihadismo.

La guerra è quasi finita, il regime di Assad controlla le principali città e buona parte della zona orientale del Paese. La strada che unisce Damasco e Aleppo è pulita. Le zone desertiche sono diventate rifugio dell’Isis. Vedremo per quanto tempo visto che l’attacco a Raqqa, la capitale del sedicente Califfato, è iniziato pochi giorni fa. Ci vorrà del tempo per liberare la città, come nel caso di Mosul. Lo jihadismo non legato all’Isis, invece, è rimasto confinato nel nord-est, nella provincia di Idlib. 

Ora bisogna conseguire la pace. In un altro articolo “eretico”, pubblicato alcuni giorni fa su The New York Review Books, Charles Glass ha chiesto alla Comunità internazionale di non interrompere la ricerca dei responsabili dell’attacco chimico di Khan Shaykhun avvenuto ad aprile, che ha causato circa 80 morti. A questo attacco n’è seguito un altro ad Aleppo, a opera degli jihadisti contro gli sfollati, conclusi con 126 vittime.

La cosa importante ora è portare la pace. Con un accordo tra russi (alleati del regime) e americani (alleati dell’Arabia Saudita che sostiene i ribelli). Ci sarà una prova della qualità di tale compromesso: la garanzia più o meno effettiva che i cristiani possano vivere in futuro in Siria. Erano due milioni prima del 2011, ora sono poche decine di migliaia.

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