Lavorare stanca?

Non esiste una linea che demarchi il tempo del lavoro e il tempo libero, quando si lavora con un significato. Tutto rientra nel grande schema della vita. Ce lo spiega RIRO MANISCALCO

14.07.2017 - Riro Maniscalco
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Cesare Pavese (1908-1950) (LaPresse)

NEW YORK — Tempo di ferie, per chi non ha da lavorare. Lavorare stanca, scriveva Pavese, ma non aver lavoro — lo sappiamo tutti — è anche peggio. Ammazza.

Sono tanti anni che d’estate quando quasi tutti rallentano io ho da trottare. Lavoro sette giorni alla settimana, e non posso neanche permettermi di spegnere il telefono la notte. I bagnini del mio amato Adriatico almeno quello possono farlo. Mi pesa? Lavorare stanca davvero o no? Lungo il cammino della vita tra la tanta gente che ho incrociato e conosciuto, ho trovato alcuni profondamente innamorati del loro lavoro, altri giunti a sessant’anni e passa che ancora si chiedono cosa faranno da grandi.

Ma anche per chi ha avuto il coraggio di inseguire i propri sogni, la fortuna di vederli materializzare, e la tenacia di restarci attaccato, prima o poi la fatica si è fatta sentire o qualcosa è andato storto, la strada si è complicata magari fino al punto di dover ricominciare daccapo. Così anche i più entusiasti, messi alla prova, non si possono dimenticare proprio del tutto che questa storia del lavoro è cominciata quando “quei due” sono riusciti a farsi cacciare dal Paradiso terrestre. With the sweat of your brow, con il sudore della fronte. Lo so, non è una citazione da fare in inglese, ma a me la mattina viene in mente così, e così la passo anche a voi. 

Allora, mi pesa? Sinceramente di solito no; a volte sì. Quel che mi pesa non è né la fatica fisica né quella mentale (fissato come sono che tutto c’entra con tutto, di tirare una riga tra il tempo del lavoro e quello libero non ci penso neanche) e neppure il fatto che non ti resti tempo per le cose che ami (per quanto tu possa essere super-impegnato, un briciolo di tempo per ciò che ami davvero lo troverai sempre). Nessuno di noi è schiavo in una piantagione o minatore nel Belgio anni 50.

E quindi cos’è che ci stanca?

Proprio l’altro giorno raccontavo ai ragazzi che compongono il mio staff un episodio accadutomi tanti anni fa all’inizio della mia esperienza in human resources. Li vedevo già un po’ stanchini, la brillantezza degli inizi un po’ appannata, e tutto questo mentre la stagione non ha ancora scollinato. Allora da buon anziano son partito con una storia. La storia della prima volta, della prima giornata in cui il mio capo (il capo del personale) mi aveva affidato la responsabilità di condurre i colloqui di selezione di una vagonata di candidati. Tutto da solo. Verso le 8 di sera, mezzo bollito com’ero, ricevo l’inattesa visita del suddetto capo che, vedendomi provato, mi guarda, indica attraverso la parete di vetro l’ultimo personaggio da intervistare e mi fa: “Chi è quello per te?”. 

Perplesso e sorpreso dalla domanda gli rispondo — banalmente ed ovviamente — che si tratta dell’ultimo candidato della giornata. “No”, mi dice lui, “quello è l’ultimo ostacolo tra te e quello che vorresti fare, tornare a casa da tua moglie e vedere i tuoi bimbi prima che vadano a dormire”. Non faccio in tempo neanche a pensare ad una possibile risposta che mi piazza li un’altra domanda: “E lo sai chi sei tu per lui? Tu sei la persona che aspetta di incontrare da questa mattina, la sua chance di trovare lavoro”. Né mi passò la stanchezza, né la voglia di tornare a casa, ma quell’ultimo colloquio fu diverso perché “c’ero”.

Non c’è niente che ci stanchi di più della mancanza di significato, del fare le cose senza esserci, del “lavorare” coltivando in noi il pensiero che quello sia tempo rubato alla vita. E quello non c’è soldo che possa pagarlo.

Allora via, lavoriamo anche questa estate e ringraziamo il Padre Eterno che ho storie così da raccontare ai miei giovani dipendenti.

With the sweat of my brow.

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