Noi e i suprematisti bianchi

- Federico Pichetto

A Charlottesville (Usa) la marcia dei suprematisti bianchi è stata contestata da un’altra manifestazione, a sua volta attaccata con un atto terroristico. FEDERICO PICHETTO

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Immigrati al confine con gli Usa (LaPresse)

Se si collegano i puntini delle tante notizie che in questi giorni occupano le cronache italiane e internazionali il disegno che ne emerge è molto nitido. Gli eventi di Charlottesville, dove la marcia dei suprematisti bianchi dapprima è stata contestata da un’altra manifestazione e poi si è conclusa in tragedia con l’atto vile, terrorista è il termine più appropriato, di James Alex Fields Jr che si è scagliato sulla contromanifestazione con la propria auto provocando un morto e diversi feriti, raccontano di un mai sopito fermento razzista che attraversa nel profondo la nostra società. 

Basterebbe osservare come, nel dare le notizie, gli organi di informazione distinguano sempre tra i “morti” — che generalmente sono gli europei o gli occidentali — e gli “albanesi”, i “marocchini”, i “nigeriani”. A distanza di quasi duemila anni il termine “persona”, che viene prima di ogni specificazione imposta dalla cronaca, si ferma dinnanzi alla determinazione della razza, della nazionalità, del colore della pelle. La stessa parola “migranti” o “immigrati” è diventata un fine sostituto del concetto di “neri”, al punto tale che si potrebbe tranquillamente dire che noi “non ce l’abbiamo con i migranti”, ce l’abbiamo con i neri. Gli stessi neri che scansiamo sulle spiagge, che guardiamo diffidenti per le strade con la coda nell’occhio, che accomuniamo agli “olivastri” sudamericani in quanto a reputazione e stigma sociale. 

La marcia dei suprematisti bianchi porta alla luce un preconcetto diffuso che è essenzialmente razziale, etnico, e che coinvolge un’opinione diffusa che — solo per ragioni legate all’opportunità sociale — non emerge finché un gruppo di immigrati non viene alloggiato nella canonica o nella struttura comunale vicino a casa. Il punto è che si pensa di poter vivere e agire “contro” la realtà, pretendendo che una certa circostanza — come quella dei flussi migratori — non esista e che il suo governo, come sta cercando di fare in modo molto saggio l’Italia, implichi automaticamente la sua scomparsa. La realtà in atto è molto di più di uno sbarco o di un’emergenza: è un fenomeno storico che segna in profondità l’inizio del XXI secolo. 

Allo stesso modo fa impressione vedere l’atteggiamento di tanti dinnanzi al tempo delle vacanze: l’imprudenza, l’ira, la dabbenaggine producono ogni giorno morte e dolore in molte famiglie italiane e non, come se il fatto di essere in vacanza comportasse automaticamente che “niente ci può succedere”, ossia una vita che possa esistere a prescindere dalla realtà. Non si può vivere contro la realtà o a prescindere dalla realtà, così come non si può vivere sempre in difesa, cercando di schivare i colpi che i fatti, anche d’estate, introducono nel campo della nostra esistenza. Pensare di cancellare la realtà, di permettersi il lusso di ignorarla, continuando a parlare bellamente di trucchi e trends dell’estate mentre in Corea si gioca una partita fatta di minacce atomiche, oppure trascorrendo le ore del giorno in difesa da tutto e da tutti — arrabbiati sempre con qualcuno —, è l’estremo punto di non ritorno di una coscienza personale e sociale che crede di poter far finta di niente di fronte alle cose reali, che tutto, anche la minaccia più grande, alla fine passerà senza che la nostra libertà sia in alcun modo chiamata a prendere posizione e a capire quanto stia accadendo. 

Presi dalle storie di Instagram, o dalle epiche compagnie estive, continuiamo a sperimentare una libertà pigra, svogliata, incapace di essere consapevole della portata di quello che sta accadendo attorno a noi. Niente sembra davvero in grado di spostarci e di ferirci, tutto continua senza posa, nell’illusione che quello che succede a chi mi è accanto non mi riguardi. E’ il tipico atteggiamento del narcisista che, catturato dalle proprie emozioni e dai propri sentimenti, scruta il mondo circostante come qualcosa di lontano e a volte ostile. Ritorna alla mente l’Iliade di Omero, dove l’ira di Achille — il suo sentimento così strabordante di rabbia e di egoismo — infligge infiniti lutti ai Greci senza che l’eroe si senta minimamente responsabile di quanto succeda. Come nel poema omerico, anche l’Achille che è in noi ha bisogno dell’incontro con le lacrime di Priamo, con una realtà che ci faccia capire che l’altro non è un ignoto che non ci riguarda, ma un mistero che ci assomiglia. 

E’ così che si vincono le nuove pulsioni razziste della nostra epoca, è così che si può stare umanamente dinnanzi alle dolorose vicende di queste giornate: nell’esperienza di rapporti che trasformino gli altri da sconosciuti a segni di un Mistero più grande. Perché, come ricorda giustamente san Gregorio, “l’ignoto suscita paura — e quindi diffidenza e indifferenza — mentre il Mistero genera stupore”, ossia attesa che anche dall’altro possa giungermi qualcosa di buono, qualcosa in grado di turbarmi il cuore e riaprirmi la mente alla realtà, alla vita che c’è e che non posso dimenticare. Anche, e soprattutto, quando non mi va.

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