Adele, quando il no alla droga non basta più

- Salvatore Abbruzzese

La morte di Adele, la minorenne di Genova che aveva ingerito dell’ecstasy, riapre il dibattito sui giovani e le droghe. Servono veri legami, dice SALVATORE ABBRUZZESE

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(LaPresse)

La morte per overdose di Adele, una minorenne di Genova, riapre il problema del legame tra una sostanza letale, come può essere la droga, e la sua sostanziale legittimazione. Colpisce, infatti, leggendo quanto è stato dichiarato dai compagni di Adele, come l’uso degli stupefacenti non costituisse affatto per loro un gesto estremo, ma si presentasse (e si presenta per decine di migliaia di altre persone) come un consumo normale, perfettamente omologabile all’interno di tanti altri. 

Non è certo una posizione isolata, molti adulti la pensano esattamente alla stessa maniera: dietro le battaglie per la legalizzazione un tale principio si ripropone addirittura di essere riconosciuto sul piano legale. Una volta sottoscritta una simile omologazione, una volta che l’uso di stupefacenti entra nella cornice dei comportamenti abituali, qualsiasi tentativo di rifiuto della droga, e quindi di repressione del consumo, diviene di fatto impossibile. Il diritto del singolo alla propria autonomia e quello a risolvere il proprio desiderio, qualunque esso sia, ricorrendo a tutti i mezzi che non ledano la libertà e l’incolumità degli altri, finisce paradossalmente per essere funzionale a una tale deriva. 

Su questa china culturale, segnata dall’omologazione da un lato e dal diritto alla propria soddisfazione dall’altro, il “no alla droga” sembra oramai risuonare in una stanza vuota. Una volta normalizzato l’uso e ammesso il diritto alla propria autonomia e alla propria soddisfazione, qualsiasi opposizione si riduce alla sola attività di informazione e di prevenzione, con la quale si cercano di moltiplicare iniziative e raccogliere testimonianze.

Gli esiti di quarant’anni di attività in questa direzione non sono proprio esaltanti: ci si droga molto di più oggi di quanto non accadesse negli anni Settanta, finendo in molti casi i propri anni prima ancora di aver realmente provato a essere degli adulti, oppure, quando si sopravvive, conducendo una vita di lenta discesa verso il nulla. Non è un caso che siano proprio le fasce giovanili a essere sedotte da questo tipo di deriva. Infatti, per quanto i degradi più gravi del fisico intervengano negli anni successivi, sono proprio gli anni “poveri” dell’adolescenza a essere i più facilmente visitabili da un’esperienza così pericolosa e, lo si voglia o no, di fatto mortale. 

Le fasce giovanili sono infatti quelle che, al contrario delle apparenze, risultano essere le più esposte alla povertà di “relazioni significative”. Una relazione è significativa quando fa risuonare dentro di noi una serie di imperativi morali per i quali vogliamo essere degni di chi ci vuole bene o del gruppo al quale vogliamo appartenere. Una relazione è significativa quando il pensiero di chi ci è caro (o di ciò che ci è caro) ci orienta e comanda le nostre scelte. 

Ora è proprio questa a essere venuta meno. Terminati i gruppi e le associazioni, venuti meno i movimenti, abbandonati anche i progetti di vita e ripiegati in una cultura del quotidiano e in una ricerca del semplice star bene, qui e ora, si assiste a un proliferare di soggettività condannate sempre di più ad ancorarsi solo su se stesse, solo su ciò che ciascuno, nella sua individualità, riesce a fare, risolvendo la propria privata ricerca del piacere.

In un tale contesto, dove tutto si gioca nel presente e nel benessere che si riesce a trarne, il ricorso all’ecstasy o a qualsiasi altra “smart drug” rappresenta la chiara ed efficace conquista di un tale obiettivo. La droga è la stazione di arrivo di un cammino nel quale i legami significativi, il desiderio di “far parte” e di “essere parte” sono semplicemente evaporati, sono diventati inconsistenti, non esistono. Chi si “lascia andare” è convinto non solo di non far male a nessuno, ma anche che non ci sia nessuno che tenga veramente a lui e per il quale abbia quindi senso cercarne la stima. Esattamente come non ci sia niente, nessuna realtà sociale (sia essa un gruppo, un movimento, una famiglia) per la quale valga la pena impegnarsi, rendendosene degni a ogni momento. 

Ed è proprio da una tale solitudine di appartenenze salde, di legami reali, capaci di riempirci e renderci felici che il diritto alla propria soddisfazione del qui e ora si insedia come un principio incontrovertibile e, soprattutto, senza rivali. Ma se il ricorso alla droga è la stazione di arrivo di un’inconsistenza di legami significativi, la lotta alla droga non può essere allora minimamente separabile da un impegno per il recupero di appartenenze e di legami, per il rientro dentro una città per la quale valga la pena impegnarsi, per la quale valga la pena condividere un tale impegno insieme agli altri. 

La lotta alla droga non è separabile da un riconoscimento del bene che è possibile fare, delle opere di bontà e di civiltà che si è in grado di realizzare. Se ogni ragazzo e ogni ragazza sapessero di quanta bellezza e di quanta forza sono portatori e di quanto bene potrebbero fare a tutti, di quanto sarebbero preziosi per noi e per gli altri, la strada per precipitare nella cultura dello sballo, apparirebbe a loro decisamente meno attraente. 

Educare vuol dire esattamente restituire la percezione di quanto si può realizzare, di quanto si può aiutare, di quanto si può esser utili. È questa la più potente cultura alternativa della quale dobbiamo renderci capaci.

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