L’aridità del mondo

- Pierluigi Colognesi

La siccità può essere guardata come metafora di condizioni umane, sia personali che sociali. Lo vediamo bene, nella nostra vita, che tante cose rischiano d’inaridire. PIGI COLOGNESI

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Il mio amico senese mi aveva avvertito: “Qui da noi la siccità è stata un vero disastro. I lecci hanno resistito, ma le querce sono state decimate”. Ed effettivamente, attraversando gli appennini, i boschi, di un verde maturo un po’ impolverato, apparivano stranamente macchiati di punti o di larghe zone marroncino chiaro: alberi secchi. Anche da noi al nord la siccità ha fatto i suoi guasti. Senza parlare dei gravissimi danni arrecati all’agricoltura, me ne accorgo attraversando il piccolo parco vicino a casa mia: gli alberi più vecchi e grossi stanno resistendo, anche se le foglie appaiono mosce, tendenti a chiudersi, come se fossero esauste; altri non ce l’hanno fatta e, ridotti a legna secca, stanno lì in attesa che gli operatori del Comune vengano a tagliarli.

Impossibile non pensare che la siccità può essere guardata come metafora di condizioni umane, sia personali che sociali. Lo vediamo bene, nella nostra vita, che tante cose rischiano d’inaridire. Può essere un’amicizia cui non si è dato il tempo necessario o nella quale si è lasciato penetrare la pretesa; e così quello che era un amico diventa un estraneo, cui verrebbe da dire — curioso! —: “Non seccarmi”, proprio perché il rapporto è già secco. Può essere un interesse cui si teneva tanto ma ha esaurito la propria attrattiva e ci resta tra le mani come un ramo morto. Persino la fede può prosciugarsi, strozzata dalla secchezza dell’abitudine, inaridita dal vento soffocante del dubbio, desertificata dal cedimento agli idoli mondani. E allora, come dice Elia ad Acab, re infedele: “In questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia”, ma una tremenda siccità; il profeta stesso se ne salverà — letteralmente — per miracolo.

A livello sociale, le cose di cui si potrebbe descrivere il rinsecchirsi sono numerose. Mi fermo soltanto su una considerazione azzardata, ma forse non priva di plausibilità. Proprio in questi giorni sono stati pubblicati alcuni saggi che sostengono che la fortunata metafora inventata da Zygmunt Bauman per descrivere il nostro presente — la famosa “società liquida” — è ormai superata: molti fenomeni dimostrerebbero che dinamismi sociali che erano liquidi si stanno di nuovo solidificando, irrigidendo, diventando duri. Effettivamente il contrario di “liquido” è “solido”; ma l’assenza del liquido è il secco e la mancanza del liquido per eccellenza che è l’acqua è, appunto, la siccità. E a ben guardare molti elementi della nostra società e della nostra cultura (ognuno se ne avvede da sé) stanno seccando, sono come le piante del mio parchetto che hanno ancora tutte le forme di un albero vivo ma dentro la linfa non scorre più, e anche se nessuno verrà a tagliarli, cadranno da soli.

Dopo tre anni di terribile siccità e innumerevoli traversie, il profeta Elia, salito sulla cima del monte Carmelo, chiese al suo servo di guardare se si vedesse qualcosa in direzione del mare; per sei volte la risposta fu radicalmente sconfortante: “Non c’è nulla”. Ma la settima volta il servo disse: “Ecco, una nuvola, piccola come una mano d’uomo, sale dal mare”. E finalmente, conclude il racconto biblico, “il cielo si oscurò per le nubi e per il vento, e vi fu una grande pioggia”. La siccità era finita.

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