Il realismo di Maria

- Pierluigi Colognesi

Ci troviamo nel mezzo di due periodi ad alta intensità mariana; intendo dire due tempi in cui alla consapevolezza e alla devozione del cristiano. PIGI COLOGNESI

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Michelangelo, Pietà Vaticana, particolare (1497-99) (foto J.M. Romero, Wikipedia)

Ci troviamo nel mezzo di due periodi ad alta intensità mariana; intendo dire due tempi in cui alla consapevolezza e alla devozione del cristiano è posta di fronte con particolare insistenza la persona della Vergine Maria.

L’8 settembre l’abbiamo guardata nella sua nascita. Che per noi milanesi ha una speciale rilevanza perché il nostro Duomo è dedicato proprio a questo evento; lo zampillo di pietra delle guglie che lo adornano culmina nella statua di Maria, che è sì adulta ma che tutti chiamiamo “Madonnina” sia in senso vezzeggiativo sia perché ci piace pensarla, appunto, bambina. Quattro giorni dopo, della Beata Vergine abbiamo festeggiato il nome: nome semplice, dolce, senza pretese ed esotismi, così universale che si può dare anche ai maschi (anch’io lo porto come secondo nome). Venerdì scorso, infine, il dolore di vedere la Madonna ai piedi della croce, addolorata, partecipe delle sofferenze del Figlio, piagata intimamente quanto lui lo era anche fisicamente; magari abbiamo scorso lo Stabat mater o ne abbiamo sentito qualche versione musicale come quella sublime di Pergolesi dove – per un miracolo creativo – ogni doloroso passaggio, pur straziante, fa intravvedere la luce della Pasqua.

Tra meno di quindici giorni – ecco il secondo periodo mariano – comincia il mese di ottobre, dedicato alla devozione del rosario, la più tradizionale, la più elementare, la più facile (e la più screditata dagli intellettuali di professione, ben attivi anche nella Chiesa) preghiera che un pover’uomo possa dire. Vien da chiedersi come mai quella sfilza di Ave Maria sia sentita così vicina e cara dal cristiano semplice. Non escludo che la ripetitività – sempre in pericolo di cadere nell’automatismo senza pensiero né cuore – sia un fattore importante; del resto altre religioni usano lo stesso sistema: gli islamici hanno la loro corona di 99 grani per ricordarsi gli altrettanti nomi di Dio. Ad essere sincero, nei mezzi pubblici che frequento io a Milano, di musulmani che sgranano le loro corone ne vedo qualcuno; decisamente più scarsi, per non dire inesistenti, i cristiani che usano quella del rosario.

Secondo me il “successo” (mi si passi il termine) dell’Ave Maria sta nel suo realismo. Partiamo dalla fine. Due sono i grandi momenti di ogni vita umana: il concretissimo, unico, e al contempo inafferrabile, adesso e l’ora della nostra morte cioè quell’attimo che per molti pone fine a tutto ed invece è la porta su uno spazio ed un tempo dove trovano senso tutti gli adesso di una vita. L’altro tocco di realismo è la consapevolezza pacata ma ferma che noi che recitiamo quella preghiera siamo peccatori; togliendo ogni accezione moralistica a questa parola, è facile constatare che siamo inadeguati a riempire di senso i nostri adesso (soprattutto l’ultimo) e non solo: neghiamo il vero, sporchiamo il bello, contraddiciamo il giusto in cui ci imbattiamo nella corona degli istanti che fanno il tempo della vita.

In forza di questa constatazione realistica viene spontaneo chiedere aiuto. A chi se no a colei che è piena di grazia, cioè umanamente compiuta perché senza remore ed esitazioni, senza paura del dolore, senza complicazioni pretenziose ha risposto positivamente – fiat – a Chi la chiamava attraverso un misterioso e comunissimo saluto: “Ave Maria”.



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