La vita che ricomincia, all’improvviso

- Federico Pichetto

Gennaio. Tempo di interrogazioni, tempo di compiti in classe. Anche di Religione. E dai ragazzi si possono scoprire cose davvero interessanti per la vita. FEDERICO PICHETTO

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(LaPresse)

Gennaio. Tempo di interrogazioni, tempo di compiti in classe. Anche di Religione.

“Dopo i primi giorni, in cui ero pieno di entusiasmo per la scuola che avevo scelto, sono cominciati ad arrivare i primi voti e ho cominciato a piangere perché mi rendevo conto che niente era come mi aspettavo, che in fondo io non ero all’altezza non solo della scuola, ma forse della stessa vita”. “Viviamo in un tempo di confusione in cui non c’è più nulla di certo e ci domandiamo perfino se abbia senso stare al mondo: come Caino abbiamo paura di non essere amati e non capiamo più nulla”.

“Tutto crolla: la politica, la società, la fede. Non ci si può più rifugiare in niente perché niente è sicuro e questo, anche se non lo diciamo, ci fa stare male terribilmente”. “Nella mia vita questo dolore si è riaperto con la morte di mio nonno: da quando non c’è più capisco che ad essersene andato è un pezzo di me. Non so come sia perdere un figlio o un marito, ma deve essere una cosa simile: piangi e ti ripeti che una cosa del genere non può succedere, non è giusta, che nessun Dio può permetterla”.

“Per questo anche i discorsi della Chiesa sono appunto discorsi: ce li ripetono fin da quando siamo bambini e anch’io qualche volta li ho ripetuti, ma poi cresci, vuoi vivere, fare l’amore, smettere di soffrire e quando dici queste cose al tuo prete o ai tuoi catechisti ti guardano in un modo assurdo. Come persone che abbiano smesso di desiderare”. “Ci si sente come Giuseppe in Egitto: abbandonati e delusi da quelli che dovrebbero essere i tuoi fratelli, pieni di gente che pensa di sapere tutto di te quando invece non ha capito che tu volevi solo sognare ed essere speciale almeno per qualcuno”.

“Lei prof. entra in classe calmo e tranquillo, come se l’unica cosa che desiderasse fosse quella di incontrarci mentre io non desidero affatto vedere né lei, né gli altri prof. Proprio per questo mi indispone e mi infastidisce: perché sento che mi vuole bene e secondo me, invece, non c’è proprio nulla a cui volere bene”. “Ad un certo punto con tutte quelle sue canzoni prese da spotify, quelle frasi quasi sussurrate, quelle parole che a volte dice praticamente piangendo da quanto le sono costate, viene il dubbio atroce che ci sia dell’altro nella vita, qualcosa che non si è ancora preso in considerazione”.

“Io penso che gli Ebrei ci stessero bene in Egitto e che Mosè non sia altro che quella voce fastidiosa che a volte senti dentro e che ti dice: questa schiavitù non è alla tua altezza. Questa canna non è alla tua altezza, questo sesso non è alla tua altezza, questi amici non sono alla tua altezza… io lo capisco il Faraone… deve essere stato fastidiosissimo avere a che fare con uno così”. “Ad un certo punto di quest’ora di Religione non ne puoi più fare a meno. La aspetti, la cominci ad aspettare. Solo per poter vedere un prof. che ti aspetta”.

“Quando l’anno scorso sono andato al gay pride io lo sapevo che lei lo sapeva e mi domandavo quando mi avrebbe fatto la predica. Poi un giorno lei mi si è avvicinato e mi ha detto che a volte i desideri si urlano, altre volte si pregano. E io sono rimasta lì come una deficiente. Perché a tutto avevo pensato tranne che al fatto che l’amore e il bene si potessero chiedere. Da allora alla sera mi ritrovo a pregare e a pensarla. Lei non mi ha condannato, ma mi ha impedito di farmi del male. E questo proprio non me lo aspettavo”.

“Tutto ricomincia, sempre. Sei tu che hai gli occhi dall’altra parte e, pieno della tua rabbia e del tuo dolore, non vedi più niente”. “Davvero non so chi sia Dio, ma so che se è suo amico, prof., potrebbe esserlo anche mio perché… diciamolo chiaro… si capisce che anche lei è pasticcione come me”.

“Quel ragazzo di prima che le ha scritto che era contento i primi giorni ma adesso non sa più se sia all’altezza di vivere mi ha raccontato del compito di Religione e ho iniziato a stare con lui e ad aiutarlo a fare i compiti. Perché tutti siamo all’altezza di vivere”. “Tra queste aule, in questi corridoi, con le nostre facce, succedono a volte cose straordinarie: la gente piange, muore, si preoccupa, scappa, ma tutto il casino del mondo non sembra fermare il sole che sorge e il bene che avanza. C’è qualcosa che sfugge al nostro male e ho pensato che questo qualcosa debba per forza essere il Bene”.

“In questi mesi siamo cambiati e il perché è molto semplice: in questa scuola abbiamo incontrato qualcosa. Già… la scuola… dove nessuno vuole venire, ma dove invece tutto può succedere!”. “Io non so quale sarà il futuro del mondo, se in Palestina ci sarà la pace o i miei si rimetteranno insieme. Quello che so è che ho cominciato a desiderare di partire, di andare. Come gli Ebrei anch’io ho scoperto che il deserto non è uno spazio vuoto, ma un luogo inesplorato dove ritrovare se stessi”.

“E dopo tutto questo non posso che dire: qualunque cosa io viva, qualunque tristezza o dolore senta, non è la fine. Ma, come ci dice sempre a lezione, è il Confine. Il luogo in cui finisce ciò che sai e comincia l’imprevisto. Come ci ha detto una volta prima di Natale guardandoci con occhi che io non dimenticherò mai… ragazzi non temete di attraversare il deserto: quello che vi aspetta si chiama Pasqua, si chiama Resurrezione. E la Resurrezione, prof., è la vita che ricomincia. All’improvviso”.

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