Portare in piazza il desiderio

- Maurizio Vitali

La baruffa chiozzotta tra De Benedetti e Scalfari sancisce il fallimento del partito di carta che dato la linea al laicismo italiano. E ora cosa resta? MAURIZIO VITALI

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Carlo De Benedetti (LaPresse)

La scazzottata tra Eugenio Scalfari, storico fondatore e direttore di Repubblica,  e Carlo De Benedetti, storico padrone della medesima, è certamente spettacolare per gli avventori del saloon mediatico e gratificante la tifoseria del polo politico-editoriale rivale. Una battuta di Scalfari (21 novembre 2017) che dà un punto in più a Berlusconi rispetto a Di Maio; l’altro che grida allo scandalo; il primo che chiarisce e puntualizza di non essere berlusconiano, il secondo che gli dà del rimbambito e gli intima di tacere visti i generosi 80 miliardi datigli a suo tempo, beccandosi a sua volta, nell’ultima (per ora) puntata, dell’ex amante che sfregia l’amata, intesa come quotidiano la Repubblica, una volta disamorato.

Non ci interessa qui ravanare in queste sequenze: l’accenno è puramente a beneficio di chi non avesse presente la materia.

Interessa invece un altro aspetto della scazzottata: è cioè il suo essere indizio di una crepa non da poco nel pluridecennale connubio tra laicismo politico-culturale e laicismo dell’alta finanza, che ha segnato la storia e la società italiana dopo il fascismo e la guerra, sino ai tempi recenti. La natura della crepa affiora in particolare quando il finanziere si lamenta che “Repubblica non fa più politica”. Translation: non riesce più a guidare i processi, specie della sinistra. Ma è questo il compito di un giornale?

Del laicismo finanziario è presto detto: il suo unico dio è il denaro e non può amare l’uomo religioso. Sul laicismo politico-culturale, qualche parola in più, sulla scorta dei giudizi del grande filosofo Augusto Del Noce. Dopo la guerra si coagula una forza politica, il Partito d’Azione, che vorrebbe essere il massimo titolare dell’antifascismo in quanto vero partito modernizzatore. Il suo ideale di Giustizia e Libertà indica l’intenzione di concentrare in sé i valori sia del liberalismo sia del socialismo che il fascismo aveva combattuto, contrastando nello stesso tempo le fedi politiche di ispirazione cristiana e di ispirazione comunista. Fu un disegno elitario, di una élite politica e culturale che si sentiva abilitata a guidare il Paese fuori dagli anni bui. 

Ma il tentativo di creare una forza politica intermedia e alternativa a Dc e Pci fallì. L’Italia “arretrata” amava il Vaticano e il Cremlino. Il partito chiuse. I suoi uomini entrarono in varie altre formazioni e nei gangli del potere finanziario e culturale. 

Lungo questo percorso e lungo questi intrecci nasce nel 1955 l’Espresso. Scalfari è tra i fondatori e ne diventa direttore nel ’63. Nello stesso tempo nasce il Partito radicale. L’Espresso più d’ogni altro organo di stampa rappresenterà la battaglia contro le antiche evidenze morali, culturali e di costume. Scalfari e il suo entourage maturano la convinzione che creare una forza politica laicista di massa non è possibile, e che quindi conviene spingere e spintonare i grandi partiti di massa a laicizzarsi. Su questa strada vanno a nozze con settori importanti della finanza. Il quotidiano Repubblica combatterà con questo obiettivo. La Dc, almeno dall’epoca di De Mita, ci sta. Il Pci anche.

L’evacuazione dei valori ideali e il taglio delle sorgenti è la prima causa, non l’unica ma la prima, e sostanziale, del fossato che si scava tra la politica e la gente. La storia farà il resto: con Mani Pulite la Dc sparisce e con essa la rilevanza politica dei cattolici, che deve reinventarsi. Con la caduta del comunismo, la formazione guidata da Occhetto compie la sua transizione a partito radicale di massa. Questa traiettoria di laicizzazione dei partiti di massa  ha successo perché nella sostanza conclama parametri sostanzialmente individualistici corrispondenti all’evoluzione del capitalismo consumistico che ha imposto valori borghesi come modelli per tutti.

Questo percorso storico laicizzante, insieme certamente ad altri fattori che qui non c’è spazio per analizzare, ha condotto a una politica tecnocratica (nel migliore dei casi) o furbastra (non di rado) sempre più distante dal sentire delle persone, dai bisogni reali e dalle idealità che spingono a cercare il bene.

Essendosi pienamente realizzato, il disegno laicista-azionista non può ora che dissolversi. Non ha più niente da dire. Servirebbe solo a fare il tappetino del padrone. La fine del ruolo storico del laicismo di origine azionista è uno dei segni eloquenti del cambiamento d’epoca che viviamo. 

Capire il fallimento del laicismo all’apice del suo successo sarebbe utile anche alla politica. Il laicismo illuministico ha preteso di affermare valori individuali e civili combattendo il senso religioso dell’uomo, considerato causa di arretratezza. Ma come si può cercare di costruire risposte ai bisogni della gente se non partendo dal desiderio profondo di compimento, di bene, di realizzazione che sta nel profondo di ogni persona? E questo a buon diritto si chiama senso religioso.

E i cristiani hanno ancora qualcosa da dire? Sì, eccome. Se hanno il coraggio di esporre nella piazza (per usare la metafora di papa Bergoglio nel discorso del 1 ottobre 2017 a Cesena) il proprio desiderio, le proprie esigenze e aspirazioni, cercando di armonizzarle con quelli degli altri. Se non nasconderanno la bellezza dell’attrattiva che il cristianesimo, oggi, continua a suscitare generando forme nuove di vita per l’uomo. E richiamando così la necessità e la possibilità di una buona politica e di una buona democrazia.

In questo senso, per nulla integralista e sanamente laico, si può osare dire che la democrazia o sarà religiosa o non sarà.

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