Carrón-Cuartango, il dialogo senza filtri sulla fede

A Madrid si è svolto un dibattito interessante sulla fede e sull’esistenza di Dio che ha visto protagonisti Julián Carrón e Pedro Cuartango. FERNANDO DE HARO

16.10.2018 - Fernando De Haro
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Julián Carrón (Foto dal web)

EncuentroMadrid. Dibatto insolito, di quelli che praticamente non esistono in pubblico in Spagna o in qualsiasi Paese occidentale. Pedro Cuartango, ex direttore del Mundo ed editorialista per ABC -uno dei giornalisti più acuti del Paese – e Julián Carrón in un dialogo intenso, appassionato su ciò di cui non si può parlare: dov’è Dio? (titolo dell’ultimo libro del Presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione). Politicamente scorretto il tema, sarebbe stato sovversivo in altri tempi, e anche il contenuto del dialogo (il male, lo scandalo della scelta, della razionalità della fede). Nessuna concessione da parte dei due per fare una buona impressione o per identificare artificialmente dei punti in comune. Ci sono momenti in cui, con grande cordialità, si vedono scintille. Alla spagnola, senza filtri.

Cosa rende possibile una conversazione del genere? Perché non scade nel languore di molti forum tra credenti o non credenti o nella contrapposizione ideologica? Perché gli interlocutori sono persone in ricerca, perché la fede non è una trincea che separa due campi in cui le posizioni sono chiuse. Perché entrambi hanno bisogno.

Cuartango, al culmine della conversazione, confessa che gli piacerebbe avere fede: “La grazia è gratuita. Mi piacerebbe credere nell’esistenza di Dio, la mia situazione non è una scelta, è una condanna”. E Carrón gli risponde che si toglie le scarpe (in segno di rispetto) di fronte a questo dramma e aggiunge che tutti cerchiamo e l’aver trovato non fa finire la ricerca, la intensifica.

Tutti gli occidentali del XXI secolo, credenti o no, sono come Cuartango. Abbiamo le sue stesse obiezioni di fronte al Mistero di Dio: lo scandalo del male e una libertà mal usata, lo smarrimento davanti al metodo della scelta. Sono le obiezioni che emergono nel dialogo e che culminano con una domanda sulla natura della fede da parte del giornalista.

Cuartango ricorda le sue visite ad Auschwitz e a Sarajevo, le scarpe dei bambini massacrati, il genocidio in nome della razza e della religione. E confessa che, dopo essersi chiesto dove fosse Dio quando accadevano queste cose, gli risulta impossibile credere. Carrón fa presente che la domanda non implica necessariamente la negazione di Dio, come si vede nell’esperienza del popolo di Israele. Il problema del male, di fatto, è come se non apparisse nel mondo finché il più piccolo degli antichi popoli, esiliato in Babilonia, non costruisce il racconto della Genesi. In cui si ripete continuamente: “Era cosa buona”. Perché il vecchio dualismo che attribuisce al male e al bene la stessa entità risulta superato? “Quale esperienza aveva fatto il popolo di Israele per affermare nella prima pagina della Bibbia che tutto era cosa buona?”, si chiede Carrón. “Il cristianesimo non ha risolto il problema del male, lo ha sollevato”, aggiunge.

Figlio dell’Illuminismo, come tutti, Cuartango confessa il suo scandalo per una Rivelazione che non si attiene ai principi dell’universalità astratta. Perché per alcuni sì e per altri no? Perché la scelta non è discriminatoria? Perché non è un’esclusione? Non abbiamo letto l’Enciclopedia, ma a tutti il particolare ci sembra astorico, quando non ingiusto e irrilevante. Il giornalista ci dà ancora una volta voce. “Che ci siano persone a cui Dio concede un bene non è un’ingiustizia. Tutti ne traiamo beneficio”, risponde Carrón. La scelta, il dono particolare rende possibile un’universalità concreta che rispetta la libertà.

La conversazione diventa particolarmente acuta quando si fa riferimento alla divinità di Gesù. Cuartango, che vuole credere, cerca sostegno nella scommessa di Pascal: scommettere su Dio può essere un gioco a somma zero, non si perde nulla. Ma Carrón non ci sta. No alla fede se non è razionale. “La fede non è un salto nel vuoto, ha a che fare con una relazione e non con un’opzione irrazionale”. Non c’è spazio per quella religiosità così di moda, consolazione in un mondo globale senza direzione apparente, sublimazione o abbraccio dell’assurdo. Perché credevano i primi discepoli? Perché erano di fronte a un uomo, a una presenza che permetteva loro di essere se stessi. Carrón termina citando Newman: la fede non parte da Dio, parte dall’io.

Il mondo post-secolare, specialmente al di fuori dell’Occidente, è ancora una volta pieno di Dio. Del nome di Dio pronunciato nonostante l’umano, senza l’umano. Come pretesto per nuovi progetti di egemonia, persino come giustificazione della violenza, come risposta senza domanda, come sinonimo di etica, come rifugio. Non è il caso. Non esiste una scorciatoia. “Mi ha colpito il fatto che il titolo di questo libro sia una domanda”, aveva detto Cuartango all’inizio del dibattito.

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