Terapia per una (vera) democrazia

Le patologie della psiche più importanti sono quelle che hanno a che fare con l’identità. Problema che chiama in causa società e democrazia. FERNANDO DE HARO

23.10.2018 - Fernando De Haro
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LaPresse

È pomeriggio in una delle più grandi residenze psichiatriche di Madrid. Più di 1.000 persone in cura per malattie mentali e disturbi del comportamento. Su alcuni televisori si può seguire la cerimonia del Premio Principessa delle Asturie, che, in attesa che cresca la figlia, viene ancora consegnato da Re Felipe VI.

Siamo nel tempo libero. I pazienti passeggiano mentre P., uno degli specialisti, mi spiega la sua più grande sfida: “Metà delle persone qui non è malata di mente, si tratta di giovani che soffrono di disturbi del comportamento. Non possiamo curarli. Sono vittime di ciò che chiamiamo il ‘male del capitalismo’, il problema che hanno è d’identità”.

Sugli schermi della tv appare Michael J. Sandel, che ha vinto il Premio Principessa delle Asturie per le Scienze sociali quest’anno, una star della filosofia. Le sue lezioni ad Harvard sono un vero e proprio evento, gli studenti lottano per sedersi e ascoltarle e i video che le raccolgono su Youtube hanno decine di migliaia di visualizzazioni. Sandel a Oviedo racconta la storia di Reginaldo, uno spazzino quasi analfabeta che ha trovato in un letamaio il libro di Platone in cui si racconta il processo di Socrate. Spiega che ha imparato a leggerlo. E che ne discute il contenuto, nella sua favela, con i suoi amici. “Reginaldo ed io – spiega Sandel – vogliamo invitare i cittadini a fare domande difficili su come dovremmo convivere. In un momento in cui la democrazia sta affrontando tempi bui, fare queste domande è la nostra più grande speranza”.

L’intervento di Sandel mi ha distratto dalla lunga spiegazione che mi ha fatto P. Sono conscio di aver perso qualcosa di importante. Voglio che me lo ripeta. “Capisco – dico -, ma in cosa consiste il ‘male del capitalismo’”? “Non è una questione di soldi – mi ripete pazientemente -. Il problema è che questi giovani non hanno avuto un’identità per le loro relazioni, molti di loro accusano la mancanza della figura del padre, la cercano in me. Si sono fabbricati un’identità a loro misura che non proviene da relazioni reali”.

Vedo Sandel scendere dal palco con il suo premio. Il lavoro di questo professore di Harvard è stato, in larga misura, una risposta al libro “Theory of Justice” (1972) di John Rawls. La democrazia è più che una procedura con cui i cittadini scelgono liberamente, degli “io indipendenti”, sradicati, liberi da legami morali e civici. Non è possibile separare la nostra identità di cittadini dalla nostra identità di persone. Sandel ha sostenuto che al di là degli io e degli stati sovrani, la virtù civica che rende possibile la democrazia ha radici “nei ricordi e nei pensieri, nei fatti e nelle identità che ci situano nel mondo e danno la loro particolarità morale alle nostre vite”. Questa virtù civica si corrompe quando le identità pongono confini e stabiliscono frontiere insormontabili tra quelli di fuori e quelli di dentro. 

Questa volta non mi sono distratto. Mi sono ricordato di quello che dice Sandel senza smettere di fare attenzione a quel che mi spiegava P. Abbiamo lasciato uno degli edifici dedicati all’assistenza sanitaria e il mio accompagnatore mi ha portato in una piccola casa dove c’è una tipografia per gli ospiti della struttura. Quasi tutti quelli che stanno lavorando sono uomini con più di 40 anni. Legano in modo metodico i fogli che formeranno quaderni. P mi spiega: “In queste attività non abbiamo i giovani di cui stavo parlando. Non hanno bisogno di svolgere questi compiti. Se vengono qui con meno di 15 anni posso fare qualcosa per loro. Dopo non più. È molto difficile correggere i disturbi di una psicologia in cui un io senza relazioni stabili si costruisce dal pensiero, dal consumo, dall’apparenza data dai social network. Se mancano riferimenti esterni, una realtà reale, un ordine, un canale, è molto difficile cambiare la situazione”.

Ora capisco perché non dimentico ciò che dice Sandel mentre ascolto P., i due discorsi sono chiaramente connessi. L’americano nel suo “Democracy’s Discontent” (1998) denuncia l’insoddisfazione per una democrazia formale. Il malcontento è inevitabile perché la democrazia è ridotta a semplici procedure, la libertà promessa non può essere garantita. Non c’è capacità di ispirare un impegno che incoraggi l’autogoverno. Alla fine gli “io” indipendenti perdono il controllo delle forze che dirigono le loro vite, si trovano davanti a un mondo governato da strutture impersonali di potere senza capacità di comprensione e controllo. Sandel chiede di porre un limite all’assolutizzazione del mercato e sottolinea il valore delle diverse comunità che alimentano una società. Anche P. sottolinea, quando mi saluta, il valore della comunità per evitare le nuove patologie di cui si occupa. “Le patologie della psiche sono diverse in ogni epoca, ora le più importanti sono quelle che hanno a che fare con l’identità”, mi dice.

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