Liberi dagli schemi

I credenti non dovrebbero “stare alla finestra”, astenendosi dalla vita pubblica. Ma che cosa vuol dire per un cattolico oggi fare politica?

03.12.2018 - Federico Pichetto
senato_aula_voto_fiducia_lapresse_2016
LaPresse

Le celebrazioni per il centenario dalla morte del beato Giuseppe Toniolo, svoltesi a Milano non più di una settimana fa, hanno avuto il merito di riportare al centro del dibattito intra-ecclesiale il tema della presenza dei cattolici in politica. Fin dal suo intervento di Cesena dell’ottobre del 2017, papa Francesco ha messo in guardia i credenti da ogni tentazione di “stare alla finestra”, astenendosi dalla vita pubblica. Il cardinale Parolin, scrivendo allo stesso convegno a nome del Pontefice, ha ribadito la necessità che i cristiani non si condannino né all’indifferenza né all’irrilevanza. Il Segretario di Stato ha però aggiunto un passaggio — tutt’altro che secondario — sul fatto che, al di là delle differenze, i cattolici debbano avere in politica “percorsi unitari di orientamenti e propositi”. Gli aveva fatto eco poco prima il cardinal Bassetti che, da presidente della Conferenza episcopale italiana, ha inviato al convegno un messaggio in cui riaffermava l’urgenza di formare laici preparati in economia e impegnati nella politica.

C’è quindi una forte richiesta, condivisa un po’ da tutta la Chiesa e rivolta a tutti i fedeli, di non astenersi dalla politica e di parteciparvi con modalità sociologicamente identificabili. Ma che cosa significa questo oggi, superato il partito dei cattolici della prima repubblica e il collateralismo a Prodi e a Berlusconi della seconda?

La domanda meriterebbe uno spazio più esteso di risposta, eppure si possono indovinare alcune linee guida che, proprio a partire dalla lezione del Toniolo, contribuiscano ad alimentare la discussione e a non condannarla ad un binario morto.

Essere in politica, per un credente, non significa realizzare una lobby o un’egemonia, ma porre una presenza originale che dialoga con la realtà in modo serrato: il politico cristiano, per sua definizione, non è né legato né appassionato ad un certo disegno delle cose, ma è curioso di ritrovare nei dati dell’economia e nelle fredde procedure della giurisprudenza quella Presenza che lo provoca e lo sfida ad una risposta umana ai grandi problemi del nostro tempo.

La cifra dell’azione politica di un cattolico, pertanto, non è la trasformazione del Vangelo in leggi, in un’identificazione tra peccato e reato di islamica memoria, bensì il riconoscimento di un fatto che, dentro ogni situazione, interpella e richiama l’uomo ad una risposta normativa davvero capace di costruire il bene per sé e per tutti.

Si potrebbe dire che è la libertà da ogni schema, al limite della spregiudicatezza, la carta di identità di un politico cristiano, consapevole che è alla realtà — e dunque al Mistero — che va tutta la sua fedeltà. Ma queste sarebbero solo belle parole se un adulto, un uomo toccato da Cristo, non portasse in politica la triplice scoperta che ha segnato la sua esistenza: la consapevolezza che la persona vale, che per il bene della persona vale sempre la pena rischiare così come Dio ha rischiato per noi sulla croce e rischia ogni mattina rialzandoci dal letto; la certezza che ogni cosa è donata agli uomini per il bene di tutti, in un’ultima affermazione della giustizia e della destinazione universale dei beni che escluda ogni cultura dello scarto e promuova la persona come soggetto naturale di diritti, e il riconoscimento che nessun uomo può migliorare la propria vita da solo, in quell’appassionata affermazione del principio di sussidiarietà che è il cardine di ogni democrazia che aspiri ad essere compiuta.

Un politico cristiano, insomma, guarda come è stato guardato, introduce nella storia l’eco di un’esperienza che è diventata la sua seconda natura, un Altro che vive in Lui. Per questo non è pensabile una politica che non sia carità, riverbero di un Amore all’umano vissuto su di sé come salvezza, e non è possibile un’esperienza della politica che non sia tentativo di santità, non intesa come desiderio — spesso violento — di essere coerenti o moralmente irreprensibili, quanto come sequela di qualcosa che viene prima, Qualcosa che non è da applicare, ma da cercare, da non perdere di vista per rimanere davvero uomini.

Giuseppe Toniolo fu profeta di un’esperienza della fede che ancora oggi ci libera da ogni manicheismo, in un’ottica per cui il bene e il male stanno sempre in schieramenti diversi, per ridonarci il gusto di un rapporto che — vissuto dinnanzi a tutti — diventa strada per ciascuno, intelligenza di una realtà che, prima ancora di essere trasformata o governata, ha il tremendo bisogno di essere anzitutto amata.

Perché è questo il motivo ultimo di un certo ottimismo che dovrebbe animare il credente circa il futuro della propria fede: la consapevolezza del fatto che la storia e il mondo avranno sempre bisogno, se non vogliono condannarsi ad un disperato epilogo, dello sguardo e della misericordia introdotti da Cristo. E questa certezza, a ben vedere, è l’origine e la radice di ogni laicità, l’inizio sempre nuovo della baldanzosa presenza dei Nazareni tra le vie della storia, nei meandri della società.



© RIPRODUZIONE RISERVATA