La (vera) forza dell’Europa

Il G20 di Buenos Aires ha mostrato la situazione globale, ricca di nazionalismi cui l’Europa fa da contrappunto, nonostante le sue debolezze

04.12.2018 - Fernando De Haro
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LaPresse

Huang e John hanno seguito poco il G20. John, residente a Miami, ha visto le immagini della cena di Donald Trump e Xi Jinping in uno schermo al 7-Eleven, dove compra di solito il suo caffè alla vaniglia. E Haung ha dato un’occhiata alla foto pubblicata sulla stampa ufficiale. Nessuno dei due sta seguendo da vicino la guerra commerciale che da giugno vede affrontarsi le due maggiori economie del mondo.

Huang lavora in una società immobiliare a Wenzhou, una città di medie dimensioni, sulla costa, in piena espansione. Il clima è più mite rispetto alla vicina Shanghai. L’azienda di Huang, controllata dallo Stato, effettua investimenti nella Nuova Via della Seta. Huang lavora duramente, il suo tenore di vita è aumentato, è orgoglioso di quello che sta facendo Xi Jinping per il suo Paese, della capacità di controllo che lo Stato ha sui cittadini – è una garanzia di sicurezza -, dell’espansione al di là dei mari dell’Asia. Huang pensa che, dopo tanti anni di silenzioso lavoro, la Cina può finalmente mostrare al mondo quanto è grande.

John è un elettore di Trump, non gli piacciono la sua arroganza, i suoi eccessi, né il modo in cui parla degli immigrati. Ma, anche se non lo confessa, vibra quando lo sente parlare dell’America. Anche se non è questo il motivo per cui ha votato per l’attuale Presidente. Ha votato per lui e lo farà ancora, perché la sua storia gli impedisce di votare per i Democratici. John è un uomo religioso, convertitosi dopo alcuni problemi con l’alcol, rifiuta la vita dei ricchi che sono andati in Florida a godersi la pensione. Rifiuta quella vita liberale che sembra aver perso l’essenza dell’America, diventati gli Stati Uniti d’infelicità in cui si diffonde la dipendenza dagli oppiacei.

Huang e John non decidono il destino del mondo. O sì. Perlomeno non lo decidono come i loro presidenti, ma senza di loro non avremmo avuto il G20 che si è tenuto a Buenos Aires. All’inizio del secolo era già evidente che la Terra aveva bisogno di qualcosa di simile a un “Governo del mondo”. Sapevamo che le sovranità nazionali, come erano state definite a Westfalia, non erano in grado di far fronte ai bisogni della globalizzazione, all’impero del denaro. Nemmeno i progetti di integrazione regionale erano all’altezza. Era necessario creare nuove istanze. E per alcuni momenti si è pensato che il G20 potesse servire come strumento iniziale per sviluppare questo nuovo governo globale. Il vertice del G20 tenuto a Washington nel 2008, infatti, se non era stato un Consiglio dei ministri planetario era almeno servito a prendere la decisione di non fare gli errori del ’29 e scommettere sulla maggior fase di politica monetaria espansiva della storia.

Dieci anni dopo, il vertice di Buenos Aires ci ha lasciato una buona immagine della situazione in cui ci troviamo. Il testo delle conclusioni non dice nulla. Le decisioni su questioni essenziali come il miglioramento del commercio internazionale o la crisi dei migranti e dei rifugiati sono rinviate. E l’unico punto di accordo è la lotta contro i cambiamenti climatici, da cui gli Stati Uniti sono esclusi e che la Cina sottoscrive con la chiara decisione di non rispettarlo. Trump e Xi si sono incontrati a cena: i due grandi imperi, guidati da due accesi nazionalisti, non hanno fermato una guerra commerciale che farà molti danni. Intanto il Fmi avverte dei pericoli di un serio rallentamento economico.

Insieme ai due imperi nazionalisti, potenze nazionaliste di medie dimensioni stanno dicendo la loro. Solo la mancanza di un Governo del mondo spiega il fatto che una Russia, con il nazionalista Putin in testa, nel pieno declino economico e demografico sia un attore decisivo. O che il sanguinario Mohammed Bin Salman, con i suoi progetti di egemonia regionale in Medio Oriente e l’ossessione di fungere da contrappeso all’Iran, sia stato uno dei protagonisti della riunione (non importa che i leader che si sono incontrati con lui l’abbiano fatto in segreto).

Macron è quello che ha contribuito in qualche modo al bene comune del pianeta, poco in realtà, puntando sulla lotta contro i cambiamenti climatici. Ma Macron è un leader con scarso appoggio sociale. Mentre a Buenos Aires si batteva per ridurre le emissioni di gas serra, Parigi bruciava in una manifestazione dei gilet gialli contro l’aumento delle accise sui carburanti.

Nonostante le sue immense debolezze, le sue contraddizioni, i tedeschi, gli italiani, gli austriaci, gli spagnoli… che la pensano come Huang e John, solo l’Europa dei 27 è migliore di dieci anni fa. Tutte le riforme politiche che dovrebbero accompagnare l’euro sono in sospeso, ma la moneta unica resiste. La crisi dei rifugiati non è stata risolta bene e ha lasciato molte ferite, ma il progetto comune ha resistito. La negoziazione della Brexit è stata condotta con divisioni e fermezza. Il progetto comune di sicurezza e difesa, lentamente, sembra andare avanti. Il mondo, che ora gira sull’asse del Pacifico e che è nazionalista, continua ad avere un contrappunto nel Vecchio Continente. Sarebbe un errore pensare che gli europei, per essere se stessi, debbano scegliere un percorso simile a quello che John e Huang hanno davanti.



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