Quei tesori di pentimento e perdono

- Fernando De Haro

In Spagna si dibatte molto dell’ergastolo. La sete di giustizia è connaturata all’uomo. Ma non può trasformarsi in condanna definitiva al carcere, spiega FERNANDO DE HARO

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LaPresse

Il dibattito sull’ergastolo che da alcuni giorni tiene occupati gli spagnoli è il miglior esempio della difficoltà di una società intera nel mantenere in vita uno dei suoi principi fondanti. Si è diluito nelle coscienze il principio del reinserimento, raccolto nel testo costituzionale come traduzione laica e penitenziaria della misericordia cristiana e della volontà di rieducare i prigionieri (tipica della miglior tradizione repubblicana). Di fronte al male sofferto, a molti sembra ragionevole porre la distanza massima: quella che prevede di lasciare colui che ha commesso il crimine dietro le sbarre per tutta la vita.

Si chiama carcere permanente rivedibile, ma si tratta di ergastolo. Il quale ha sempre previsto la possibilità di rimettere il prigioniero in libertà dopo un certo periodo di tempo. Il governo del Pp lo ha introdotto nel Codice penale nel 2015 per reati gravi come l’omicidio da parte di minori di 16 anni, ma è stato impugnato dinanzi alla Corte costituzionale. Ora che i Popolari non hanno la maggioranza alla Camera dei Deputati, i gruppi di opposizione hanno presentato un progetto per abrogarlo. Il Governo ha risposto con una controproposta per estenderlo a più casi, ma non c’è abbastanza sostegno parlamentare. Tuttavia ciò che conta è mostrare “l’iniziativa politica”. Rajoy, nonostante i buoni progressi dell’economia, va male nei sondaggi: il Pp è sceso nell’ultimo anno di 7 punti nelle intenzioni di voto. Il sostegno dell’opinione pubblica all’inasprimento delle pene, dopo alcuni casi particolarmente gravi di violenza sessuale e contro i bambini – pensano nel Governo – può essere una grande risorsa.

In realtà, il carcere permanente rivedibile o l’ergastolo non rispondono a nessun problema. La loro apparente necessità deriva da un chiaro caso di disinformazione, da un miraggio causato dalle grandi reti televisive. Nella loro lotta per un paio di punti di share, i canali ripetono fino alla nausea i dettagli dei casi più sanguinosi di violenza sessuale o di violenza sui bambini. La Spagna è uno dei paesi con il più basso tasso di criminalità in Europa. Conta, inoltre, su uno dei più severi codici penali e su una permanenza media più lunga dei condannati in carcere. Il sistema di piena osservanza delle pene e delle sanzioni previste può arrivare fino a 40 anni di carcere se sono stati commessi i reati più gravi. È sufficiente, in linea di principio, per salvaguardare la società dai recidivi.

La riforma del 2015, che ha riportato il sistema penale nella situazione del 1870, non ha risposto ad alcun bisogno urgente. Da allora c’è stata solo una persona condannata all’ergastolo. Quel cambiamento ha allontanato la Spagna dalla sua tradizione più recente e dalla consuetudine dell’intorno europeo. Nei principali paesi dell’Ue di solito c’è un riesame della condanna trascorso un periodo compreso tra 10 e 15 anni. Dopo la riforma tre anni fa, tale revisione non si verifica fino a quando non siano trascorsi almeno 25 o 30 anni. Un termine troppo lungo che ostacola la possibilità di riabilitazione. Nella famosa sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (2012), in occasione del caso Vinter, è stato stabilito che, senza prospettive di una possibile libertà, il pentimento diventa molto difficile.

La possibilità che il tempo superi lo spazio, questo pentimento che la giustizia europea vuole preservare è qualcosa che oggigiorno buona parte dell’opinione pubblica nega e alcuni politici strumentalizzano. Si sfrutta il desiderio utopico di trovare giustizia in una pena che sia tanto irrevocabile quanto il male subito. Alcune forme di iniquità, la violenza contro gli innocenti, l’inspiegabile volontà di fare molto male, ci lasciano senza fiato. Scatenano un desiderio di riparazione assolutamente comprensibile. Ma non è ragionevole che questo desiderio si trasformi in un’aspirazione tenace a far sì che la persona responsabile degli atti espii con una perpetua privazione della libertà la grande distruzione compiuta. 

La prigione è necessaria. E se soddisfa uno dei suoi scopi dovrebbe essere un’occasione per coloro che hanno commesso un crimine di prendere le distanze dal male fatto. Ma il carcere del prigioniero non lava, non paga prezzo alcuno per un male che è sempre di un altro ordine, che richiede un’altra giustizia, più esaustiva, più definitiva. I beni persi per il crimine non tornano, è solo possibile ricostruire quel che è stato distrutto con qualcosa di nuovo, come il pentimento e il perdono. Questo non ha nulla a che fare con il buonismo, ma implica andare fino in fondo alla richiesta di giustizia che tutti noi abbiamo.

La tradizione penale che ha avuto origine dall’Illuminismo ha reso possibili grandi progressi perché ha attinto da queste intuizioni. Ora sembra che sia necessario riconquistarle. Non c’è da meravigliarsi, l’esperienza della Misericordia ogni volta ci risulta sempre più strana. Ma quando la giustizia consiste nel ricevere beni più grandi dei mali sofferti la salutiamo con soddisfazione.

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