Warhol, l’antidoto alle ideologie

- Fernando De Haro

A Madrid ha aperto i battenti una mostra con più di 350 opere di Andy Warhol. L’artista americano ha un’importante lezione per l’uomo post-moderno. FERNANDO DE HARO

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Lapresse

Warhol è sbarcato a Madrid. E molti non si saranno accorti che l’arrivo del leader della pop-art, oltre a essere un evento pittorico per le élite, implica una provocazione sociale, un giudizio politico, una mossa verso la visione post-ideologica/superideologica della Spagna del 2018. In uno dei luoghi di riferimento del Paseo del Prado (Caixa Forum) sono esposti quasi 350 pezzi di quel ragazzo di Pittsburgh che è salito alla fama a New York. Warhol è pre-impressionista e postmoderno allo stesso tempo, e certamente post-digitale. Rimaniamo calamitati dalla sua ripetizione del ritratto di Mao. Non è facile staccarsi dalla faccia del leader comunista che è lo stesso ed è diverso, a seconda delle labbra rosa, della pelle blu, delle palpebre bianche. Lo stesso accade davanti ai suoi ritratti di Jackie Kennedy o Marilyn Monroe. 

La disconnessione dell’arte contemporanea è scomparsa: la ripetizione dei miti che la cultura televisiva ha reso arcinoti invita a guardare ancora e ancora e scoprire ciò che non si guarda più perché si crede di conoscere. Il trattamento del colore, o l’insistenza sulla rappresentazione di oggetti quotidiani come la lattina di zuppa Campbell, diventano una sorta di correzione dello sguardo dell’homo videns: l’uomo mutato antropologicamente dall’abuso dello schermo. L’homo videns è l’uomo che guarda e non vede più. È nell’ultimo passaggio evolutivo, iniziato nel momento in cui l’essere umano si è identificato con una forma di astrazione, nell’esercizio di critica e pensiero, senza sottoporlo ad alcun legame con le cose. Queste cose ora sono solo immagini a cui si dedica poco più di un istante. Se non fosse un’esagerazione, si potrebbe dire che con la sua ripetizione del guardato e non visto, Warhol ci costringe a fare un esercizio che ci salva, riscattandoci dagli effetti più nocivi che la digitalizzazione può avere.

Nel mondo anglosassone c’è una corrente pedagogica che ha sottolineato negli ultimi anni ciò che Warhol sembra proporre. Questa corrente insiste sull’osservazione per promuovere la capacità di innovazione. Alcuni teorici sottolineano l’importanza di insegnare ai più giovani a guardare un quadro, non per 30 secondi come di solito si fa, ma per almeno 10 minuti. In questo modo vengono promosse le capacità creative. Per questo, forse, quando il ministero dell’Istruzione finlandese, riferimento per i suoi buoni risultati educativi, ha presentato nuovi miglioramenti alcuni anni fa, ha proposto di aumentare le ore settimanali di Arts & Crafts (educazione artistica). C’è una certa “educazione allo sguardo” che sembra essere molto conveniente. È proprio questo tipo di educazione nel modo di guardare quella che rivendica da tempo da Andrés Trapiello, uno dei grandi referenti del mondo letterario spagnolo. Trapiello sostiene che è nel nostro interesse educarci a recuperare “lo sguardo compassionevole” di Cervantes, l’autore di Don Chisciotte. Un modo di affrontare il mondo, nato dal primato dell’osservazione, che rifugge il risentimento: quanto più si guarda, più è difficile che prevalga la protesta e persino quella quasi inevitabile distanza che lascia sempre il male sofferto o causato.

Quest’era post-ideologica è diventata un tempo superideologico: è un momento che ci ha lasciato senza una conclusione, un’idea o un principio da affermare, ma prigionieri di un sistema di ingranaggi astratti che girano a vuoto. Sono meccanismi che ci isolano dalle cose, dagli altri (anche da noi stessi). Le conseguenze politiche sono chiare. Prendiamo due esempi che segnano l’attualità spagnolo: la Catalogna e il dibattito sull’ergastolo.

In Catalogna sembra che la situazione politica possa iniziare a sbloccarsi. Dopo quattro mesi di gravissima crisi istituzionale, l’indipendentismo sembra essersi convinto di non poter insistere su una frattura unilaterale. Ma i cliché ideologici sono ancora intatti. I leader del costituzionalismo (difensori di una Spagna unita) sono convinti che “il principio della realtà” sarà recuperato con mano ferma. E i leader indipendentisti hanno reso ancora più profondo il solco con quelli che considerano “gli altri”. Non c’è osservazione, non c’è strada per recuperare l’unità di fondo.

L’ergastolo è diventato un altro pretesto per usare a proprio vantaggio l’astrazione ideologica. La Spagna è uno dei paesi con il più basso tasso di criminalità in Europa. Ma alcuni crimini particolarmente crudeli, ossessivamente descritti dalle televisioni, riaprono ogni tanto il dibattito sulla necessità di inasprire le pene. Già il governo del Pp ha approvato una formula di carcere permanente che la Corte costituzionale sta esaminando. Non è chiaro se rispetti il ??più che conveniente principio di reinserimento. La sinistra chiede demagogicamente una controriforma, mentre la destra discute la convenienza di un inasprimento. Il danno causato dal crimine viene usato in un dibattito che sfrutta il dolore e vuole rendere assoluta la distanza con il delinquente. La giustizia si identifica con il non dover più vedere e guardare chi ha commesso il crimine. Potrebbe essere interessante per i difensori di questa forma di giustizia rileggere “A sangue freddo” di Capote o qualsiasi opera di Dostoevskij.

Guardare insistentemente, ossessivamente, una lattina di zuppa può avere effetti curativi, rivoluzionari, forse persino redentori.

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