Il silenzio delle chitarre

- Riro Maniscalco

Vivere senza musica è un peccato, cioè un di meno. Ma non basta consumarla. Per ascoltarla o suonarla bisogna “esserci”. Ci vuole impegno, desiderio e tanto cuore. RIRO MANISCALCO

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New York, una foto della città (Archivio)

NEW YORK — C’è ancora qualcuno che ascolta musica? Lamentarsi dei tempi d’oggi è facile tentazione per quelli di una certa età. Il proverbiale “Non è più come una volta…”, pronunciato come un sospiro dolente e scoraggiato, ci infastidiva anzichenò quando eravamo giovani e lo sentivamo rivolto a noi. Adesso che ci ritroviamo a essere noi quelli di una certa età, sembra quantomeno doveroso far presente che sì, “non è più come una volta”, e pure che c’è poco da infastidirsi.

Allora pongo nuovamente la domanda e provo a sporgermi al di là del pregiudizio: vecchi o giovani che si sia, tra noi, figli di questo mondo, c’è ancora chi la musica l’ascolta davvero? E cosa vuol dire ascoltarla davvero? Per rispondere si potrebbero scrivere almeno tanti volumi quanti quelli dell’Enciclopedia Britannica. Mi limito a qualche riga come spunto, da amante della musica come sono.

La musica probabilmente non è mai stata così a portata di mano come in questi anni in cui l’accesso ad essa è pressoché illimitato e fondamentalmente gratuito. Una delle conseguenze è che la record industry da tempo continua a inabissarsi come l’Andrea Doria. Se nel 1982 Michael Jackson vendeva oltre 50 milioni di copie del suo “Thriller”, Beyoncé, quella che oggigiorno ha più successo commerciale di tutti, nel 2016 è arrivata a malapena a due milioni e mezzo con “Lemonade”.

Si può certamente vivere senza conoscere “Thriller” né “Lemonade” e mille altre cose che sanno di poco. Si può anche vivere senza comprare dischi e senza industria discografica. Ma la musica è un mare magnum e vivere una vita senza mai navigarlo, senza imparare a scoprirlo, gustarlo, farsi toccare nel cuore è un peccato. Un peccato, cioè un di meno.

In questo grande mare ci sono cose che non dovremmo perdere. Limitarsi a consumar musica come una cicca da sputare se non ci aggrada all’istante è un peccato, ma è inevitabile se così abbiamo imparato a fare. Magari Rachmaninov esagerava quando diceva che “la musica è abbastanza per una vita, ma una vita non è abbastanza per la musica”, ma masticarla, maltrattarla o ignorarla è come rinunciare ad arricchire la vita con uno dei grandi portali della Bellezza. Perché, saltando di russo in russo, il principe Myškin ne L’idiota di Dostoevskij non esagera quando dice che la bellezza salverà il mondo. E la musica è fatta per essere un respiro di bellezza, nasce come un respiro di bellezza.

L’altro giorno mi è capitato sottomano uno degli scritti più celebri di Pasolini, quello della “scomparsa delle lucciole” (Corriere della Sera, febbraio 1975). Stavo ascoltando della musica e mi è venuto da sorridere pensando alla “scomparsa di quelli che suonano la chitarra”. Ci avete fatto caso? Forse in Italia non è ancora così, ma se lo è qua presto lo sarà anche là. Una volta ragazzi e ragazze prima o poi le mani sulla chitarra ce le dovevano mettere. Magari arrivando a malapena a strimpellare tre accordi, ma succedeva. Non c’era compagnia — da quella in parrocchia, ai boy scouts, a quelle che si radunavano in qualche angolo della città — in cui non abbondassero chitarristi, veri o aspiranti che fossero. C’era chi suonava per far cantare tutti, chi per stare al centro del gruppo, chi per far colpo sulla ragazza, chi sognando di diventare il nuovo Jimi Hendrix, chi perché voleva esprimersi, voleva parlarsi, riflettere. C’erano anche quelli che lo facevano solo nel segreto della loro cameretta. Magari scrivendo canzoni che nessuno avrebbe mai ascoltato.

Non è più così. Quelli che suonano la chitarra sono scomparsi — come le lucciole negli anni 70. Cosa è successo? Come è successo?

Non lo so. Certamente il rapporto con la musica richiede un lavoro, come tutti i rapporti. Per “trovare e sentire” basta una ricerca su Google, per ascoltare davvero occorre che qualcuno ci aiuti a capire che può valer la pena fermarsi un momento, e poi farlo spalancando orecchie e anima e combattendo l’irrequieta distrazione che ci assale. Occorre “esserci”, come quando si ascolta un essere umano. Perché la musica ci porta l’anima di chi ha composto, di chi suona, dirige o canta. E per suonare? Forse non si suona più perché per suonare occorrono tempo, impegno e tanto desiderio, ed è una strada senza fine, una strada “infinita”. E’ lì che sta il bello: è una strada verso l’Infinito.

Ecco, la musica è strada verso l’Infinito. E’ per questo che se ci se ne innamora non basta mai. Più ascolti e più vuoi ascoltare. Ascolti e sei alla ricerca della bellezza, di un invito, un paragone, una corrispondenza con quel che vive e si agita in te. Lungo la strada, un po’ alla volta, quelle note diventano compagne nel cammino della vita. Le mandi a memoria, o come si dice in inglese, “You learn them by heart“, le impari con il cuore.

Finché c’è qualcuno che impara col cuore c’è speranza per il cuore di tutti. Facciamo una prova. Poi mi raccontate.

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