Dopo il voto, la strada contro la solitudine

Troppi italiani durante la campagna elettorale che si è appena conclusa si sono dimostrati soli, isolati e spaventati: questo stato d’animo ha condizionato il voto. GIORGIO VITTADINI

09.03.2018 - Giorgio Vittadini
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(LaPresse)

Soli, isolati e spaventati. Così hanno mostrato di essere tanti, troppi italiani durante la campagna elettorale. Non è una considerazione tanto sull’esito del voto, ma sui criteri usati per votare, che sono apparsi ultimamente condizionati dalla solitudine delle persone. Non la solitudine di chi non ha contatti, ma di chi è isolato, non quella di chi ha problemi, ma quella di chi non vede una strada per risolverli. E questo riguarda trasversalmente la scelta fatta per tutte le forze politiche o i candidati in campo. Certo, proprio i partiti che più hanno fatto leva sulla paura e sull’emotività sono quelli che hanno incrementato il loro consenso ma, in fondo, hanno potuto affondare il piede sul pedale delle emozioni perché hanno trovato persone sole. Alcuni sono andati a votare spinti dal solo interesse per la difesa personale, quando micro-criminalità e crimini violenti scendono da anni; altri hanno orientato la scelta contro un leader di partito per pura antipatia, senza sapere cosa avesse fatto o, al contrario, ne hanno sostenuto uno per la sua forte personalità, senza porsi il problema di ciò che si proponeva di fare.

Tanti altri hanno fatto questo ragionamento: comunque non cambia niente e quindi è meglio non perdere tempo. Non impegnarsi a capire. Non riflettere più di tanto su chi votare. Come è potuto accadere che si sia fatto credere a tante persone che problemi di peso relativo per il Paese, avessero invece una rilevanza enorme? Oppure, che si potrebbe stare meglio se si eliminasse chi è più storto o più dritto, più povero o più ricco? O che sia meglio cambiare il meno possibile per non rischiare di peggiorare la situazione? Si è parlato molto della rabbia, più che comprensibile, delle persone: disoccupate, sfruttate, gabbate dalle banche, alle prese con ingiustizie di vario tipo. Il Censis ha parlato di rancore, ma è legittimo pensare che il rancore venga in gran parte dal senso di impotenza generato dall’isolamento, che ha sopraffatto la capacità di ragionare e di approfondire. Così, ad un certo punto, la politica ha smesso di essere considerata l’arte del possibile, della mediazione imposta dai fatti concreti e dalla realtà, per diventare l’arte di far sognare che stravolge i bisogni reali delle persone. Alla politica però si continua a chiedere, nello stesso tempo, troppo o troppo poco.

Troppo, ad esempio, affidando a governi nazionali responsabilità che sono globali, o addirittura attribuendole una funzione salvifica, che non può che essere frustrata. O troppo poco, tanto che non si vuole più riconoscerle il ruolo imprescindibile che deve avere, oppure si ritiene che per occuparsene non servono poi grandi competenze. Si è riusciti a imbarbarire così tanto il linguaggio della politica (anche su sollecitazione della gente, stanca dei discorsi troppo spesso incomprensibili della vecchia politica), al punto da svilirne completamente il contenuto, perché quello che conta sembra ormai solo la provocazione. Con semplificazioni estreme, si è eluso il fatto che la realtà è solo rappresentabile da toni grigi, non è mai in bianco e nero. Si è parlato alla pancia della gente, non alla sua testa, alla fine umiliandola perché non si era all’altezza di rispettarla. Quello che è più grave però è che la gente ha trattato se stessa nel medesimo modo.

Perché, a maggior ragione, se la pancia è vuota bisogna attivare la testa per capire come non soccombere. Mai come in questo momento si capisce quanto fosse cruciale la preoccupazione che don Giussani esprimeva a fine anni Ottanta: che i corpi intermedi, partiti, sindacati, associazioni, aggregazioni umane di qualunque tipo continuassero a fare incontrare le persone, a farle confrontare, a permettere loro di conoscere, di approfondire, di porsi domande. Soprattutto che continuassero a sostenere i loro desideri, i loro ideali, la loro capacità di iniziativa contro la tentazione di immeschinirsi. Il continuo riprendere consapevolezza di tanti “io” permetterebbe di affrontare con molta più pertinenza i problemi e le difficoltà oggettive che vive il Paese.

In un contesto relazionale più vitale, inoltre, queste difficoltà avrebbero anche un impatto meno drammatico sulle persone. Poco o tanto, in luoghi di incontro e condivisione, sarebbero anche più significativi gli aiuti materiali a chi ha bisogno. Perciò il fatto preoccupante non è solo quale governo sarà formato, ma soprattutto se si ricostruiranno ambiti in cui le persone potranno tornare a essere aiutate a vivere una giusta dimensione sociale. Pur in un clima di disinteresse generale, ci sono ancora spazi per chi è spinto a interessarsi dei problemi del Paese. Non è tutto perso. Bisogna rendersene conto. A partire dall’uso del linguaggio.

E riflettere su quello che di buono si è buttato via insieme all’acqua sporca, come ad esempio il valore della politica e delle istituzioni. Ma perché si arrivi a questo servono luoghi di confronto, di dialogo, di riflessione. Non per creare truppe beote da condizionare (come si vede in contesti apparentemente impegnati, da cui però non è uscita alcuna domanda, alcun contraddittorio), ma perché rinascano “io” che partecipino alla costruzione comune in una continuità tra vita pubblica e vita privata. Si possono fare tutte le riforme che si vogliono, ma senza educazione delle persone non può esserci cambiamento nemmeno delle istituzioni.

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