Qualcosa di più di una partita

- Giuseppe Frangi

Non è stata solo una partita di calcio quella giocata allo Stadio Olimpico di Roma martedì sera, ma il segno che la città più bella del mondo se vuole è capace di tutto. GIUSEPPE FRANGI

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Giocatori della Roma in festa subito dopo il fischio finale (LaPresse)

Non è stata solo una partita di calcio quella giocata allo Stadio Olimpico di Roma martedì sera. È stata molto di più. Guardiamo le premesse. Era una sfida di Champions nelle premesse senza storia. Già dal giorno del sorteggio i giornali catalani in modo un po’ irrisorio avevano titolato sulla buona sorte del Barcellona, capitato contro una squadra per la quale non ci sarebbe stato scampo. “Un Bonbòn” era il titolo irrisorio del 17 marzo del quotidiano Sport. E nel sottotitolo già si dava per fatto un ulteriore passo di avvicinamento al triplete per il Barcellona. Poi c’era stata la partita in Catalogna, sfortunata, ma che sembrava suonare davvero come una sentenza senza appello per la Roma: 4 a 1, con due autogol degli uomini migliori. 

Invece a Roma, martedì 10 aprile, alle ore 20,45, va in scena proprio il copione ritenuto fantascientifico. Davanti ad uno stadio pieno, con un pubblico che forse aveva fiutato nell’aria il profumo magico dell’impresa, la Roma ribalta tutto e spedisce a casa Messi e compagnia. E non c’entra la fortuna, perché è stata vittoria nettissima e indiscutibile per stessa ammissione degli sconfitti.

Ma quando intorno alle 22,40 l’arbitro ha fischiato la fine della partita, ci si è accorti immediatamente che quella a cui avevamo assistito non era stata solamente una partita. Era un qualcosa di più. Forse un segnale di ribaltamento della storia. E qui non parliamo più solo in prospettiva calcistica. In campo infatti non era scesa una squadra, ma forse una città. Una squadra-città (non ne abbiano a male i laziali, è qualcosa che trascende il tifo) capace di fare quello che nessuno si sarebbe mai aspettato: organizzazione perfetta, grinta, concentrazione, senso di coesione. Una squadra con meccanismi impeccabili e una tremenda determinazione. Una squadra che si è lasciata dietro le spalle ogni fatalismo. Erano pochi i romani di nascita in campo, appena due; ma in realtà martedì sera si sentivano romanizzati tutti, il greco come il bosniaco, il brasiliano come lo slovacco, il belga come l’olandese.  

Sappiamo bene quanto siano stati difficili questi recenti anni per Roma. Una città con mille ferite, condannata al cattivo governo, con una quotidianità congestionata e irta di ostacoli. Una città esausta e ripiegata su se stessa, che sembrava aver abdicato al proprio ruolo e a tratti anche alla propria bellezza. Una città abitata da troppe povertà, in drammatico affanno nel garantire servizi essenziali. Sembrava aver smarrito anche quello spirito, quella sua irriducibile ironia che le ha permesso per secoli di convivere con le proprie magagne. 

Ha sofferto Roma in questi anni, ma abbiamo sofferto tutti nell’assistere a questo stillicidio di problemi che tengono in ostaggio la più bella città del mondo. Ma martedì è scattato qualcosa di diverso. Roma ha trovato una zampata improvvisa e imprevista d’orgoglio. Ha smentito uno per uno tutti i luoghi comuni che la riguardano. Ha dimostrato che, quando ci si mette, sa gestire il traffico alla perfezione, anche se si trattava di far girare solo un pallone. Che sa essere efficiente, pratica e organizzata. Soprattutto di essere una città-spettacolo che non ha pari. D’accordo, era solo una partita. Ma è entrata negli occhi di milioni di persone che hanno ritrovato per un notte la Roma che tutti cercavano, Roma capomunni, per dirla con Gioacchino Belli.

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