Tutta colpa della gioia

- Marco Pozza

L’Abbandonato, con le cicatrici ancora aperte, all’indomani della risurrezione, tornò da coloro che erano stati solo capaci di abbandonarlo. Li ri-scelse come suoi testimoni. MARCO POZZA

rublev_cristo_salvatore_arte
Andrej Rublëv, Cristo Salvatore (XIV sec.)

La creatura è un marchingegno tarato per la gioia, in versione assoluta: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò” (Gen 1,27). Sfornata col fiuto per la gioia addosso, fu mestiere di Lucifero quello di taroccarne la fattezza: “Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri cuori e diventereste come Dio” (3,6). La promessa di gioia è diventata nube di paura: “E se Dio ci stesse per fregare perché geloso di noi due?”. Satana, bandito numero uno dell’armata terrorista, esultò: da quel giorno la gioia si vide costretta a viaggiare a zig-zag in mezzo alle trappole della paura. Del sospetto, che è la paura più gigante, costruita su polvere di nulla. Da allora, finora, sempre alla stesa ora: Uno contro l’altro, eterna partita di ping-pong tra promessa e minaccia. Tra “E’ risorto, non è più qui!” e “E’ tutta una favola, come fate a crederci?”. All’inizio della creazione, come della ricreazione: della Pasqua, che è sberleffo della Vita sulle guance della Morte. Cristo, nel frattempo risorto, “passava attraverso il fragore dei combattimento con la calma di chi passeggia per le strade di un villaggio tranquillo” (P. D’Ors). Il farabutto sbraita, Lui appare in punta di piedi, sottovoce, a bassa-voce. Sa parlare solo chi sa fare silenzio.

Il mondo, il mondo dei suoi, non lo riconobbe affatto. Alla morte ci credettero assai: gambe all’aria, tremore nei polsi, mestizia nel cuore. “Era d’aspettarselo!” mormorò qualcuno imboccando veloce la discesa dal Calvario. Nati per tentare l’assalto al mondo, si arresero giusto quando iniziò la partita. Venerdì santo: “E’ stato bello, pazienza. Torniamo a pescare. Fine-corsa”. Quando Lui in persona rincasò per tentare di riaccendere quelle facce tutte smunte, trovò cuori-di-talpa rattrappiti: sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Al Dio-morto ci credettero al volo, al Risorto Gli fecero capire che non era il tempo di scherzare oltre. Quant’è buffo l’uomo: gli dai una notizia pessima, ci crede all’istante. Gli rechi un annuncio di novità, non ci crede per nulla: “Impossibile che mi succeda questo”. Quelli più arditi, accettano con riserva: “Ho paura che duri poco questa gioia”. Il Vangelo, roba di cruda verità, ha firmato una diagnosi d’impareggiabile rigore: “Poiché per la gioia non credevano ancora”. E’ roba da non crederci il non-credere per troppa gioia! Vivere non deve essere faticoso, è vivere male che è molto faticoso: non concedersi il lusso d’accettare che la gioia prenda casa sotto casa: “Sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come ho io”. Ciò che fecero, all’indomani della Pasqua, fu di ricambiare la promessa mantenuta con moneta falsa: “Lo consideravano un estraneo: come si può essere cristiani senza qualcuno che ci consideri estranei e foresti” (P. D’Ors). Risorto, il Cristo si fece ancora apripista: accettò d’essere confuso con un fantasma. Poi mostrò che un fantasma non ama come ama Lui.

Loro l’hanno abbandonato: nell’attimo del bisogno, l’hanno lasciato morire da solo, come un cane. L’Abbandonato, con le cicatrici ancora aperte, all’indomani della risurrezione, tornò da coloro che erano stati solo capaci di abbandonarlo. Li trovò come li aveva lasciati: sospettosi, arrendevoli, titubanti della gioia. Li ri-scelse come suoi testimoni: “Di questo voi siete testimoni” (cfr Lc 24,35-48). Ancora con loro, i soliti, a far dipendere il destino della sua risurrezione dalla fragile fede di chi fu capace solo di lasciarlo andare. Consola, eccome, un Cristo così. Scambiato per fantasma — “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla — bisbigliò la volpe al piccolo principe di Saint-Exupéry —. Comprano dai mercanti le cose fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici” — di loro ricorda i momenti di luce, scorda le ombre: rasserena credere che Dio, come un innamorato, conservi tutti i nostri gesti d’amore. I suoi amici, invece, abitano sempre il rischio di perdersi l’appuntamento con la gioia.

Lui, da parte sua, continua ad imbarazzarli con la cordialità. Dio instancabile.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimi Editoriali

Vedi tutti