Il pericolo giallo verde

Con cambi continui e piuttosto difficili da capire per i cittadini, l’Italia sembra finalmente avere un Governo. Il cui programma presenta però molte debolezze. GIORGIO VITTADINI

01.06.2018 - Giorgio Vittadini
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Giuseppe Conte - LaPresse

Sembra di essere in balia di una ubriacatura. Governo di centrodestra, Cinque stelle-Pd, elezioni subito, Cinque stelle-Lega, di nuovo elezioni anticipate, governo del presidente, e infine Cinque stelle-Lega. A molti non sono sembrate normali vicende di un Paese democratico, neanche di quelli con lunghe crisi istituzionali come è avvenuto in Germania, Belgio, Spagna. Ai più, è parsa una sorta di maionese impazzita, in cui gli italiani e il presidente delle Repubblica sono rimasti vittime del nutum di nuovi demiurghi. La politica è l’arte del possibile e del compromesso, che si potrebbe perseguire in un dialogo con gli altri partner europei per migliorare le condizioni in cui stare nella casa comune, come è da più parti auspicato.

La verità è che da novanta giorni è in atto una reiterata riedizione del “mi notano di più se vado o se non vado?”, nella versione del “guadagno di più se vado al governo adesso o se rimando?”. Vale a dire, si è messa da parte la preoccupazione per assicurare il bene comune e assumere come unico criterio il tornaconto del potere per la propria parte, cambiando alleanze e contenuti dei programmi in una funzione opportunistica e minimalista.

Alla fine il governo giallo-verde è nato per merito di Mattarella ed è molto meglio così piuttosto che avere un governo tecnico e lo stillicidio di nuove elezioni Ma quali sono i pericoli che corre l’Italia a partire dal contratto che è alla base di questo governo?

Sono tante le debolezze del programma, ma alcuni punti penalizzano in modo particolare il rilancio del Paese. Ad esempio per quello che riguarda gli investimenti strutturali, come i porti del Sud che devono essere potenziati per ricevere le merci che arrivano dal Far Est attraverso il Canale di Suez da poco allargato; le ferrovie, con il terzo valico Genova-Milano, da rinnovare per trasportare le merci dal Sud al Nord; la Tav, per non rimanere tagliati fuori dalla nuova Via della seta. Quindi la digitalizzazione dell’Italia, fondamentale per un’industria che sta facendo i miracoli e ha tutte le chance per fare un salto di qualità, a tutto vantaggio dell’occupazione.

Nel programma del nascente governo manca anche un piano per l’energia che paghiamo il 40% in più delle altre nazioni europee dopo la rinuncia al nucleare. Ci si limita a schierarsi contro gassificatori e oleodotti. Per realizzare tutto questo potrebbero essere utilizzati i fondi strutturali europei, finora usati (programma 2013-2029) intorno al 5%. Come abbiamo già sottolineato su queste pagine, il programma non tratta nemmeno il proseguo del piano Industria 4.0.

L’altro punto decisivo per il Paese, ma disatteso dal programma, è quello relativo alla scuola: poche righe tra cui spicca l’abbandono della chiamata diretta degli insegnanti da parte dei presidi che, pur timidamente attuata, stava invece dando esiti positivi per il miglioramento della scuola pubblica. Sul resto, nessuna indicazione e nessun segnale di aver recepito come autonomia e parità siano i bisogni del sistema di istruzione e di formazione. Si può poi finire con la flat tax, che confondendo semplificazione con banalizzazione, finisce per far fuori quegli incentivi a chi produce, occupa, esporta e ai settori più innovativi, che chiedono differenziazione non appiattimento.

Questo è parte di un programma di cambiamento per ridurre l’Italia a un Paese deindustrializzato, ma non bucolico e agreste, perché non si parla neanche di parchi, fauna e natura. E nemmeno luogo di bellezza, perché di tutela dell’arte non si tratta, neppure in chiave turistica.

La verità è che anche questo programma non nasce come un fungo inaspettato in un campo di pomodori: è solo l’espressione di un modo di ragionare che da tempo ha rinunciato alla domanda: “che cosa serve a tutto il Paese?”, per chiedersi invece: “cosa ci guadagna la piccola parte che rappresento dal tutto?”. E quindi, fermo restando nell’immediato gli argini istituzionali oggi rappresentati dal presidente Mattarella, che fa quel che può di fronte agli egoismi di parte, la risposta non sta neanche nel rilancio dei partiti tradizionali e dei corpi intermedi. Come diceva già nel lontano 1977 don Luigi Giussani: “Quando una egemonia culturale e sociale tende a penetrare il cuore, aizzando le già naturali incertezze, allora è venuto il tempo della persona”.

Non un criterio astratto serve a valutare senza pregiudizi ideologici qualunque politico che voglia “lavorare per il bene comune dell’Italia senza partigianeria, con carità e responsabilità, senza soffiare sul fuoco della frustrazione e della rabbia sociale”, secondo il suggerimento del cardinal Bassetti. In fin dei conti, come ha detto Luciano Violante in una sua recente intervista al Sussidiario, leggendo in modo acuto e condivisibile il fenomeno dei populismi al potere, l’”unico auspicio è che nasca un governo che faccia quello che deve fare”.