Uno e centomila

Capita di accostare cose che sembrano non c’entrare niente. Come il suicidio del famoso chef Anthony Bourdain e il pellegrinaggio Macerata-Loreto. MAURIZIO VITALI

11.06.2018 - Maurizio Vitali
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Anthony Bourdain con Asia Argento il 13 aprile scorso (LaPresse)

Capita di accostare cose che sembrano non c’entrare niente. Ma non è vero, a ben vedere, che non c’entrano.

Sabato mattina sulle prime pagine di tutti i giornali si legge che si è tolto la vita Anthony Bourdain, chef scrittore e showman televisivo all’apice del successo.

Non è che il fatto in se sia chissà che novità. L’elenco di quelli che decidono che non vale la pena vivere si allunga ogni giorno di poveracci falliti e disperati che ammazzano la moglie e i figli e se stessi, e di ricchi di successo altrettanto disperati. Scrittori come Hemingway, Pavese (all’indomani di prestigiosi riconoscimenti), Foster Wallace, Dorian Gray. Idoli della musica come Kurt Cobain leader dei Nirvana, Emerson leader degli Emerson Lake & Palmer; terroristi marxisti come Ulriche Mainhof e Andreas Baader; attori come Robin William, Luigi Vannucchi (don Rodrigo dei Promessi Sposi di Bolchi), Luigi Pistilli (Piccolo Teatro), senza dimenticare Marilyn Monroe. Capitani di industria, come Gabriele Cagliari e Raul Gardini ai tempi di Tangentopoli. Grandi capi di Stato come Getulio Vargas e Salvador Allende. I registi Monicelli e Lizzani. Si potrebbe proseguire compilando un elenco telefonico, della serie non so come si fa a vivere.

Torniamo a Bourdain. Ha di particolare di essere stato nel suo genere viaggiatore ed esploratore del mondo.

Dalle cucine dei ristoranti di lusso è passato a viaggiare il mondo per esplorare e raccontare il gusto e il senso del mangiare legato alle più disparate società e culture, ricche e sofisticate o povere e rustiche che fossero. Amico di Obama, osannato dall’audience. Ma non solo. Chi ama il cibo e la cultura da cui nasce, deve per forza amare il presente: la convivialità qui e ora implicata nell’atto stesso del mangiare umano, l’attitudine a degustare sapori (e sapèri), senza affrettare, trangugiando “fast”, il consumo, alla maniera di come usiamo fare tante volte, di affrettare la fine del presente per cominciare a vivere dopo. Eppure una cinghia da accappatoio, usata per impiccarsi in un hotel di Strasburgo, ha decretato la fine di un viaggio esistenziale intriso di eccessi, sesso, droga, alcol, famiglia e divorzi, cadute e riprese e ricadute, un viaggio senza l’ipotesi di una meta certa, con una fine tragica e misteriosa. Ma cosa cercava?

Mentre lo chef-star finiva il suo viaggio, si mettevano in viaggio, a piedi, da Macerata a Loreto, in centomila. Un viaggio di popolo che cammina perché sa bene dove andare, come suggerisce una nota canzone di Claudio Chieffo. “Che cosa cercate?” era il tema di questo quarantennale strepitoso evento della fede popolare italiana. Tema che ripropone esattamente la domanda di Gesù ai primi due “esploratori” che si è trovato alle calcagna, Andrea e Giovanni. Questo cercare è proprio il segno della grandezza umana.

E’ il bisogno infinito di felicità. Cosa che, ha detto papa Francesco, “non si compra al supermercato, ma viene dall’amare e dal lasciarsi amare. Andate sempre avanti guardando l’orizzonte”. Il viaggio con un orizzonte contemplato e scrutato si fa pellegrinaggio. E la meta è una casa.

“Ma molto spesso — diceva papa Benedetto nel 2011, a Zagabria — ci si accorge di aver riposto la fiducia in realtà che non appagano quel desiderio, e si sperimenta il bisogno di qualcosa che vada oltre”.

L’attenzione ai ragazzi, che imparino a non lasciarsi soffocare o deviare il bisogno di felicità e a verificare seriamente le mercanzie che il supermarket sociale espone, è decisiva per il futuro delle persone come della società. Imparare ad essere “presente al presente”. In un’assemblea di ragazzi italiani impegnati in attività caritative, una si è alzata e ha detto: “La mia caritativa consiste nell’andare dai senzatetto una mattina a settimana per servire loro la colazione. La prima cosa che noto è che quel gesto mi cambia sempre, non c’è mai una volta che io esca da lì uguale a come sono entrata… in quei momenti sono presente al presente come poche altre volte durante la settimana. Quando sono lì a servire la colazione sono tutta tesa a rispondere ai bisogni che ci sono, dal portare lo zucchero al lavare i piatti. Essere così presente a ciò che accade mi fa godere di più tutto, e mi fa essere più attenta. Amo di più quello che c’è”.

Non una teoria ma una piccola storia così, o un grande pellegrinaggio, che è la stessa cosa, sono il viaggio giusto.

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