Quante incognite sulla flat tax modello Trump

- Gianni Credit

La Lega accelera sulla flat tax, rincorrendo il “modello Trump”: in tutte le sue ambiguità politiche, i suoi rischi finanziari e le tensioni sulla “pace fiscale”. di GIANNI CREDIT   

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Giovanni Tria (LaPresse)

Il neo-viceministro dell’Economia, il leghista Massimo Garavaglia, ha confermato che la flat tax italiana vedrà la luce con la legge di stabilità 2019, mentre alcuni provvedimenti d’assaggio potrebbero essere varati già entro l’estate. Sull’intera manovra fiscale – sui suoi obiettivi e strumenti – l’incertezza resta tuttavia massima. A chi il governo Conte vuole “appiattire”, cioè “tagliare” le tasse? E con quali finalità strategiche di politica economica?

Nel vortice delle indiscrezioni e congetture è possibile individuare alcune ipotesi di lavoro. La prima: la riduzione delle aliquote progressive Irpef dalle attuali cinque (dal 23% fino a 15mila euro di imponibile al 43% oltre i 75mila euro) a due (15% fino a 80mila euro e 20% oltre). Secondo ipotesi: un taglio del prelievo fiscale sulle imprese. Il primo passo (quello orientativamente fissato “entro agosto”) riguarderebbe 1,5 milioni di partite Iva, che verrebbero assoggettate a un’aliquota unica del 15% (anche se non è ancora chiaro come: in particolare se la misura riguarderebbe nei fatti tutti i lavoratori autonomi fino a 50mila euro di imponibile). Terzo: per le imprese più grandi – principalmente in forma si società – è sul tavolo la riduzione strutturale del corporate tax rate dell’attuale 24%. Quarto: il tax bill del governo giallo-verde rispetterebbe il vincolo dell’ulteriore neutralizzazione dell’aumento dell’Iva previsto dalle clausole Ue. Potrebbe infine comprendere: a) l’abolizione/attenuazione di numerose detrazioni fiscali ancora in vigore (dalle spese sanitarie a quelle assicurative agli sgravi sulle ristrutturazioni edilizie ed eneregetiche); b) la cancellazione di incentivi tributari alle imprese (ad esempio “industria 4.0” per la digitalizzazione produttiva); c) una “pace fiscale” sotto forma di nuovi condoni o “scudi” di rientro.

E’ un cantiere di riforma che ricorda parecchio il “pacchetto Trump” varato negli Usa a fine 2017. Ne condivide certamente la premessa, fra ideologia e casistica storica: abbassare le tasse alle imprese è una molla per rilanciare l’intera economia (investimenti, occupazione, Pil, alla fine anche gettito fiscale). E’ l’opposto complementare del keynesismo, che punta invece sull’effetto-leva della spesa pubblica.

Anche negli Usa la flat tax ha peraltro subito registrato una serie di riserve e critiche preventive La prima e principale è che la flat tax è fonte tendenziale di deficit e debito (è  concretamente impossibile tagliare alla pari la spesa pubblica e lo sfasamento è anzi fonte di ulteriore gas al Pil nel breve periodo). Nella prospettiva italiana,  l’argomento è ulteriormente eslatato da un rapporto debiti/Pil oltre le linee rosse di Maastricht.

Una seconda obiezione alla flat tax trumpiana punta contro una semplicistica sovrapposizione meritocratica fra “reddito del business” e “redditi alti”, “redditi dei ricchi”. Questo ultimi forse rilanceranno l’economia, ma nel frattempo diventeranno “sempre più ricchi”: all’opposto delle famiglie a basso reddito, cui l’amministrazione Trump toglie detrazioni fiscali da un lato e welfare dall’altro. E su questo versante un piano come quello italiano “Industria 4.0”, varato dal ministro Carlo Calenda, ha mostrato meno ambiguità e più focalizzazione di politica industriale.

Un terzo fronte polemico riguarda i condoni. Se in Italia l’argomento del contendere riguarda periodicamente l’equità fiscale fra il contribuente onesto (tipicamente il dipendente o pensionato) e l’evasore (tipicamente autonomo o imprenditore), negli Usa la questione ha assunto un profilo specifico con la predisposizione di un maxi-forfait del 15% per circa 3mila miliardi di profitti congelati in paradisi fiscali, principalmente da parte delle grandi corporation: i giganti tech californiani e le banche di Wall Street in testa. Una vero e proprio “armistizio fiscale” fra il tycoon della Casa Bianca e i suoi simili-rivali, appena mascherato dell’impegno a “re-investire in patria” (Amazon sta decidendo la città dove impiantare un nuovo headquarter da 50mila posti di lavoro).

Quarta e non ultima incognita, forse la maggiore e tutta italiana: a differenza di Trump, che ha tagliato la spesa sociale, il contratto del governo Conte ha in agenda anche il reddito di cittadinanza, sollecitato dalla metà “gialla” della maggioranza. Ed è qui che ogni riflessione problematica sulla flat tax in arrivo Italia si ritrova davvero sulla soglia di una linea rossa: quella della sua sostenibilità’ politica complessiva, prima che economico-finanziaria.

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