Cattolici adulti senza passioni

- Federico Pichetto

L’approssimarsi del Sinodo che la Chiesa dedicherà ai giovani ha provocato nel mondo cattolico una vivace riflessione. Non devono però mancare le domande. FEDERICO PICHETTO

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LaPresse

L’approssimarsi del Sinodo che la Chiesa dedicherà in ottobre al tema dei giovani ha provocato nel cosiddetto mondo cattolico una vivace riflessione, accompagnata da lucide analisi, sui ragazzi di oggi. In molti i ragazzi li hanno anche ascoltati, interagendo con loro a volte in modo commovente. Quello che però si fa fatica a reperire, in tutti i saggi e gli articoli provenienti dal contesto ecclesiale, è una traccia di autocritica. Infatti la Chiesa si occupa attivamente di giovani da molti anni, almeno da dopo il Concilio Vaticano II, se non da prima, con risultati che è lecito definire alquanto desolanti. La desolazione non riguarda né la quantità dei giovani coinvolti — spesso invece molto alta — né quella dei giovani che dopo quel coinvolgimento sono poi rimasti dentro la Chiesa — in questo caso pochissimi, ma il numero non è di per sé l’indicatore più significativo su una questione come questa. 

La desolazione riguarda piuttosto la qualità dell’esperienza proposta. In natura la portata di un fenomeno si constata al suo termine, in forza degli effetti che esso ha prodotto. È dunque corretto domandarsi che tipo di adulto abbia “prodotto” il fenomeno dell’educazione cattolica in Occidente, o quanto meno in Italia, negli ultimi cinquant’anni. Il punto non è tanto dove siano rimasti i giovani che abbiamo educato, ma come siano rimasti, che tipo di umanità, di libertà, di letizia e di spirito di sacrificio abbiano maturato coloro che sono passati per i nostri percorsi, per i nostri itinerari, per le nostre vacanze, per le nostre proposte. 

Chi è stato impegnato in parrocchia nell’animare la liturgia o nel fare catechismo, oggi che adulto è? Chi ha fatto esperienze nella natura in spirito di condivisione e di scoperta di sé, oggi che contributo dà alla Chiesa? Chi ha svolto attività sociali di servizio ai più poveri in associazioni o gruppi cristiani, oggi come vive il proprio lavoro e il proprio rapporto con i figli? Chi ha ha sperimentato modelli di condivisione e di fraternità ad alto impatto spirituale, oggi come gestisce i soldi e il tempo libero? Chi ha approfondito un fenomeno comunitario intenso con dibattiti culturali, vacanze insieme e gesti di fede mirati, oggi che rapporto ha con la propria affettività e con le quotidiane fragilità che la vita fa emergere? E, infine, dove sono tutti costoro all’interno del dibattito pubblico, della vita sociale e dell’impegno politico del nostro paese? Che umanità abbiamo restituito all’Italia nel momento in cui noi cattolici eravamo maggioranza e detenevamo in qualche modo il monopolio dell’educazione e della creatività educativa?

Spero nei prossimi mesi di aver occasione di tornare su questo argomento per provare a rispondere a qualcuna di queste domande. Al momento mi accontento di aver posto una provocazione, mi si permetta il gioco di parole, volutamente provocatoria e che vorrei riassumere in un’unica fondamentale domanda: come è potuto accadere che tutta la passione educativa dei cattolici italiani degli ultimi cinquant’anni abbia generato delle umanità senza passioni, intrappolate e ricattate dalle proprie fragilità, impacciate e interdette di fronte all’irruenza della vita? La questione, se non si vuole celebrare un Sinodo pieno di parole e povero di conseguenze, deve restare del tutto aperta.

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