Politica, come non finire in trincea

- Fernando De Haro

Nell’arco di dieci giorni in Spagna c’è stato un cambiamento di Governo che ha riportato alla Moncloa i socialisti. I cittadini devono evitare le contrapposizioni. FERNANDO DE HARO

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Il premier spagnolo Pedro Sanchez (LaPresse)

Imprevedibile, inedito, sconcertante… gli aggettivi si sprecano per descrivere il cambio di governo che c’è stato in Spagna nell’arco di dieci giorni. La vicenda è stato descritta fino alla nausea. Rajoy aveva la strada spianata per finire la legislatura con il sostegno del nazionalismo basco. Aveva quasi dimenticato che c’era una maggioranza sufficiente al Congresso per farlo cacciar via. Bastava un passo indietro dei baschi, che è poi quello che è successo. E da quel momento hanno cominciato ad arrivare fatti inediti: la prima mozione di censura approvata dal ritorno della democrazia, la prima volta che il regime parlamentare manda all’esecutivo un partito che non ha vinto le elezioni, la prima volta che i socialisti governano con il sostegno degli indipendentisti…   

Il Pp incolpa di quel che è successo chi fino a pochi giorni fa era il suo alleato: Ciudadanos. Dalla prima sentenza del caso Gürtel, in cui si parla di finanziamento illegale del centrodestra, la formazione arancione (Ciudadanos, ndt) è convinta che provocare le elezioni e vincerle sia la stessa cosa. I casi di corruzione, in particolare dell’era Aznar, ma non solo, minano il prestigio del Pp. Il partito mantiene uno zoccolo duro di voti, ma le previsioni dei sondaggi parlano di sconfitta. Rajoy sembra non capire che il ciclo politico del suo partito si sta esaurendo rapidamente. Non rinnova i quadri, non offre un progetto di successione, è ancora circondato da una squadra di alti funzionari che sono sempre più sconnessi dalla vita sociale. 

Insiste nel ripetere che i casi di corruzione appartengono al passato, che l’economia sta andando bene, a sottolineare i passi compiuti al momento della crisi. La sua strategia è resistere. La famosa “sindrome della Moncloa”, quella che si impossessa di tutti i presidenti nella loro ultima fase di mandato, l’ha colpito. Il pomeriggio in cui è stata certificata la sua perdita di potere è rimasto in un ristorante senza andare al Congresso. Si è rifiutato di presentare le dimissioni che gli avrebbero permesso di guadagnare alcuni giorni e provare una nuova alleanza per convocare le elezioni.   

La mozione di censura di Sánchez non ha fatto altro che far precipitare bruscamente con la peggiore delle soluzioni la fine del secondo periodo di governo del Pp (iniziato sette anni fa). È la peggiore delle soluzioni perché i socialisti hanno solo 84 deputati su 350 e non possono praticamente prendere alcuna decisione rilevante e sono arrivati al potere spinti dai nazionalisti di sinistra e dai separatisti catalani. Non ci sarà stabilità e ciascuno di questi gruppi richiederà una ricompensa che sarà particolarmente negativa nel caso dei promotori dell’indipendenza. Il progetto di sedizione prenderà vigore con un governo debole. 

Rajoy non aveva intrapreso le riforme necessarie (istruzione, tasse, finanziamento delle autonomie, ecc.). Non aveva il sostegno o la volontà politica necessari. Né aveva fornito soluzioni politiche al conflitto catalano, quasi completamente lasciato nelle mani dei giudici. Ora ci saranno meno riforme e più politica con la Catalogna, ma non necessariamente buona. La situazione sarebbe stata meno traumatica se Rajoy avesse preparato il ricambio, se avesse compreso che era necessario convocare le elezioni, se avesse accettato di parlare con Ciudadanos. Tutto sarebbe stato diverso anche se Rivera, il leader di Ciudadanos, fosse stato meno arrogante, meno impaziente, meno immaturo. Ora il centrodestra ha l’opportunità di fare tutti questi cambiamenti mentre è all’opposizione. Se non li farà, dopo le prossime elezioni, potrebbe tornare al Governo la sinistra.

I socialisti non governeranno contro i fondamenti della Costituzione o contro l’Europa. Faranno molta demagogia, questo sì, e molta ideologia. In questa situazione, la cosa peggiore sarebbe che l’ampio settore sociale che ha votato centro e centrodestra reagisse come dopo l’arrivo al potere di Zapatero nel 2004. Quello fu un periodo di rabbia dei cittadini. La cattiva politica di Zapatero, irreale e sempre lontana dai consensi, fatta contro una buona parte degli spagnoli, è stata accompagnata da un certo risentimento in un vasto settore sociale. C’è stato una parte che aveva la sensazione che il potere le fosse stato tolto in modo poco trasparente. Il risentimento, purtroppo, è diventato il sentimento politico dominante in Europa e nel resto del mondo. Si diffonde come un veleno. Quattordici anni fa si perse troppo tempo, si cadde profondamente nella trappola di immaginare una Spagna assolutamente frammentata tra sinistra e destra. Questa è la dialettica che alimenta nuovamente il populismo di Podemos.  

Non c’è una Spagna all’interno della Costituzione del ’78 e un’altra fuori. C’è una Spagna nella sua immensa maggioranza costituzionale e due minoranze anticostituzionali. È vero che l’indipendentismo, specialmente da quando è comandato da Puigdemont, ha rotto ogni tipo di legame. Ma la Costituzione sta cambiando in molti modi dalla sua promulgazione e il cambiamento può essere positivo. Difficilmente un governo socialista di minoranza getterà via le riforme economiche del Pp. Se avesse più sostegno parlamentare farebbe una politica fiscale o del lavoro molto simile a quella dei popolari. È infondato avere paura e lasciarsi trasportare, di nuovo, dai fantasmi della Seconda Repubblica. La paura eccessiva può essere un sintomo dell’aver interiorizzato troppo la partitocrazia. C’è una società civile che costruisce, che fa il Paese, che non dipende in prima o in ultima analisi da un Governo debole e ideologico. 

Se il Pp vuole tornare a governare, se Ciudadanos vuole fare l’exploit, facciano il loro lavoro. Riconoscano il tanto o il poco che hanno sbagliato. Si riconnettano con la società gli uni, imparino il realismo gli altri. Noi, la società civile, con la nostra agenda, faremo il nostro: educheremo, creeremo imprese, faremo cultura (sempre dimenticata). Non ci metteremo in una trincea.

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