Suhaila e la missione dei cristiani di Gaza

Suhaila Tarazi dirige l’ospedale Al Ahli Arab di Gaza. Cristiana greco-ortodossa, non sembra intenzionata ad andarsene, nonostante le dure condizioni di vita. FERNANDO DE HARO

10.07.2018 - Fernando De Haro
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Suhaila Tarazi

Suhaila Tarazi ha completato i suoi studi di amministrazione e management a Londra. Ha quasi 60 anni e l’attività all’ospedale Al Ahli nella Striscia di Gaza le chiede molte energie. Prima di rispondere ad alcune domande, si ferma per prendere fiato. L’ospedale è un’oasi nel centro di Gaza. Le strade sono sporche nella capitale della Striscia. È frequente vedere auto trainate da asini o cavalli, visto che la benzina è molto cara in questa grande prigione a cielo aperto di 365 chilometri quadrati, da cui i suoi due milioni di abitanti non possono uscire, salvo che con un permesso speciale, che non viene concesso quasi mai. Gli occidentali vengono salutati con una certa sorpresa e i bambini sfoggiano l’unica frase in inglese che conoscono quando vedono i giornalisti: “What’s your name?”. 

La stragrande maggioranza dei giovani sotto i 20 anni non ha mai lasciato questa parte dei territori palestinesi. A pochi chilometri da qui, sul confine orientale, alcuni di loro affrontano i proiettili dell’esercito israeliano. Da settimane la conta dei morti diventa notizia solo quando si supera la dozzina. Gioventù senza futuro, imprigionata dalla politica del governo israeliano, e senza i tunnel verso l’Egitto che Al Sisi ha chiuso, con una rabbia che l’inefficiente e manipolatore governo di Hamas strumentalizza per non assumersi alcuna responsabilità e per non riconoscere che non è in grado di fornire al suo popolo una vita dignitosa. 

Appena Suhaila lascia il suo ufficio e si dirige verso i reparti viene assalita da un medico che racconta una nuova urgenza e da un paziente che la ringrazia. La nostra conversazione viene spesso interrotta. Le strutture mediche sono molto modeste. Le sacche di plasma sono conservate in un vecchio e malconcio frigorifero, collegato a un generatore. A Gaza ci sono solo quattro ore di elettricità al giorno e non sai mai quando ci si può far conto. Se la luce arriva all’alba occorre approfittare di quel momento per fare una lavatrice. Suhaila si ferma soprattutto al consultorio infantile. Con l’aiuto della Missione Pontificia l’ospedale porta avanti un programma per combattere la malnutrizione dei bambini. Ci sono aree della Striscia in cui il 50% dei bambini è sottopeso e il tasso di mortalità infantile è vicino al 23 per mille. Cinque bambini pallidi, senza la forza per giocare, aspettano con le loro madri di essere visitati. 

La direttrice dell’ospedale Ahli assicura che non c’è nessuno in tutta la Striscia che sia di Gaza più di lei. È nata qui e appartiene alla comunità dei cristiani greco-ortodossi, la domenica va a messa nella chiesa di San Porfirio, nella città vecchia. Una chiesa del V secolo, rimodellata dai crociati. “Noi cristiani siamo i cittadini originari di Gaza”, spiega Suhaila. Sono rimasti pochissimi i cristiani a Gaza, appena un migliaio. E presto è probabile che non ne rimanga nessuno. 

La scorsa Pasqua 600 di loro hanno chiesto il permesso di celebrare la Resurrezione al Santo Sepolcro. Gerusalemme non dista molto (ci si arriva in poco più di un’ora), ma resta lontana per i cristiani palestinesi. È necessario attraversare i controlli in cui l’esercito israeliano è implacabile, una terra di nessuno e un muro che assomiglia molto a quello di Berlino e, soprattutto, occorrono i permessi che quest’anno non sono arrivati. La crescente islamizzazione imposta da Hamas non facilita le cose. Ci sono stati alcuni attacchi alla piccola scuola cattolica e le due chiese ancora aperte non sono identificabili, non hanno una croce sulla facciata. 

Chiedo a Suhaila perché non se ne sia andata, come molte migliaia di persone hanno fatto negli ultimi anni. Mi risponde che la sua vita è a Gaza, che è nata qui, che i cristiani, anche se pochi, hanno una missione essenziale in questa terra martoriata, la missione della carità e della pace. Quindi rimane in silenzio, pensierosa. Per alcuni istanti la stanchezza degli anni si impadronisce del suo volto. Ma quel velo svanisce presto e con un sorriso aggiunge: “C’è un’ultima ragione. Quando Gesù tornerà, voglio che qui ci sia almeno un cristiano”. 

Suhaila dà la vita per i bambini di Gaza, per i suoi malati, ma, soprattutto, questa cristiana di Gaza ha capito qual è il significato della storia, il fine e il principio che la fanno avanzare. Una donna libera di fronte al potere di Hamas e di Israele, una donna che sa qual è l’origine della libertà.

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