La nostalgia più utile dei populismi

Il titolo del Meeting di Rimini di quest’annno è rivoluzionario, dato che rivendica la coincidenza tra le forze del cuore dell’uomo e della storia. FERNANDO DE HARO

14.08.2018 - Fernando De Haro
Meeting_Rimini_Folla_Flickr
Il Meeting di Rimini

Non è l’economia, ma la sensazione che le forze della storia li abbiano definitivamente abbandonati. All’inizio dell’estate, il prestigioso Pew Research ha pubblicato un rapporto sulle ragioni della crescita del populismo in Europa. La stragrande maggioranza degli elettori dei partiti populisti in Germania e in Francia riconosce che l’economia sta attraversando un buon momento. È la nostalgia a mantenere alta l’intenzione di voto di chi mette in discussione l’ordine istituzionale. Il 62% dei sostenitori del Front national pensa che 50 anni fa si viveva meglio nel proprio Paese. Il 44% dei sostenitori di Alternative fur Deutschland la pensa allo stesso modo. Ma i populisti non sono gli unici infastiditi dall’aver perso il treno della storia. 

In realtà da quando noi europei siamo diventati moderni, abbiamo tutti perso il treno della storia e le forze che la muovono sono diventate qualcosa di molto diverso dalle forze che pulsano sotto le fatiche personali, il desiderio di felicità, il desiderio di immortalità. In effetti, ciò che ci caratterizza come moderni è aver separato i due movimenti. Per questo è così rivoluzionario il titolo del Meeting di Rimini 2018 che rivendica la coincidenza tra le forze del cuore e della storia.

Dopo Galileo il Sole ha smesso di girare intorno alla Terra e da allora abbiamo iniziato a pensare che i nostri sensi ci ingannassero. Non potevamo fidarci della realtà così com’era percepita, l’unica cosa certa erano le nostre sensazioni. Ci siamo infilati in una gabbia crudele ed è stato necessario uscirne. Per raggiungere questo obiettivo, abbiamo pensato che c’era qualcosa di cui potevamo fidarci: quello che facciamo. Le nostre azioni erano l’unico terreno solido sotto i nostri piedi. L’azione e i processi sono diventati un’oasi al sicuro da ogni dubbio. 

La capacità di fare ci è sembrata quindi meno eterea della capacità di stupirsi e di pensare che tutto dipenda sempre da dati esterni, da qualcosa che non può essere controllato. E quindi lo sviluppo e il progresso sono diventati le due parole chiave e tutto è stato riempito da processi. Della storia hanno smesso di interessarci i singoli eventi, i personaggi particolari. Cosa sono gli eventi e i soggetti particolari all’interno dell’oceano di processi storici severi, anonimi e scientifici? Forse quegli eventi singoli e i soggetti particolari hanno mantenuto un certo valore per aiutare le menti più infantili, sempre bisognose di aneddoti. Ma per gli iniziati, per coloro che hanno accesso senza mediazioni primitive alla vera conoscenza, non c’era bisogno di date, nomi o luoghi.

Questa comprensione delle forze della storia come qualcosa di anonimo è stato di grande aiuto in un momento cruciale. La secolarizzazione ha trasformato il nostro desiderio di trascendenza, di felicità, di immortalità, prima in una questione assolutamente privata e poi in una non-questione. Ma poiché il desiderio è testardo, insistente, come le onde di un mare infinito, è stato opportuno e necessario trasferire l’aspirazione alla felicità e all’immortalità in una storia senza inizio né fine, un’immanenza senza volto. L’anima del processo era allora lo sviluppo, prima dello Spirito, poi della Materia. Lo spirito e la materia maturavano in un’universalità sempre più astratta. 

Qui c’è stato un cambiamento. Il processo della storia non era più solamente anonimo, ma ha anche iniziato a muoversi verso nuove sintesi in cui le situazioni particolari, i cuori singoli dovevano essere negati. Ciò voleva dire che le forze della storia erano negazioni “sintetiche” e andavamo di negazione in negazione. Ogni passo veniva fatto per superare il concreto, per dimenticarlo perché mancava di significato. “Scappiamo dal particolare che ci soffoca con la sua mancanza di senso e corriamo verso il tutto”, dicevamo con entusiasmo.

Nel momento in cui Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione, rivendicava l’identità delle forze della storia e del cuore, la dissociazione si esprimeva nelle categorie marxiste che hanno dominato la protesta del ’68. Il paradosso è che il ’68 voleva essere un movimento di liberazione personale usando uno strumento per il quale il personale manca di significato. Il cuore che cercava la liberazione e che occupava le università doveva essere diluito nella costruzione del prodotto finale della storia. Hannah Arendt spiegava che la crescente mancanza di significato del mondo moderno forse non era mai stata anticipata con tanta chiarezza come in questa identificazione del significato con il fine (come quella che si verifica nel marxismo)”. Il marxismo ha smesso di essere il grande riferimento, ma ci ha lasciato il tentativo di sfuggire dalle frustrazioni e dalla fragilità delle azioni umane con il fare.

Arriviamo quindi al presente Ed è qui che il titolo del Meeting del 2018 si mostra più sovversivo: nel rivendicare la storia particolare di ogni cuore, nell’interessarsi al valore dell’avvenimento particolare. Nell’affermare che non c’è altra universalità che quella concreta. Cosa potrà liberarci da questa prigione di massima sicurezza in cui si è trasformato il processo della storia? Cosa ci restituirà la dignità e il significato dell’istante? Questa nostalgia senza rabbia è molto diversa da quella dei populismi.

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