Quel ponte crollato fra Stato e mercato

La paralisi politica, strategica e culturale attorno al tema della sviluppo: questo sembra essere il rischio visto quel che sta accadendo dopo il crollo del Ponte Morandi. GIANNI CREDIT

17.08.2018 - Gianni Credit
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Bambina non parla più dopo il crollo del ponte Morandi (Foto: LaPresse)

Com’è stato sottolineato anche sul Sussidiario, Atlantia si è mostrata gravemente impreparata non solo prima, ma anche dopo il tragico crollo di Genova. E non si è trattato soltanto della forma dei comunicati: ai limiti del cinismo la reazione a caldo della holding di Autostrade; in stretto “buro-finanziarese” la nota che ieri mattina ha tentato invano di contenere la caduta del titolo in Borsa dopo il pre-annuncio di revoca della concessione statale. Nel primo caso sarebbero state necessarie parole diverse e soprattutto passi reali: un impegno immediato a fare qualunque cosa utile per le famiglie degli scomparsi, per gli sfollati, per il ripristino del ponte e della viabilità. Nel secondo caso, la difesa — legittima e forse non rinunciabile — degli interessi di soci, creditori e dipendenti del gruppo Atlantia avrebbe dovuto essere differente dall’umore di un hedge fund disturbato da un “cigno nero” lontano cinquemila chilometri. Edizione Holding — presso cui il centrosinistra ha privatizzato le Autostrade vent’anni fa — non si è purtroppo mostrata molto diversa dalla finanziaria di famiglia che già nel 2007 avrebbe tranquillamente venduto la società alla spagnola Abertis, ora entrata da pochi mesi nel gruppo Atlantia.

In questo dramma tutto italiano — lo sono la maggior parte dei morti, tutti i senzatetto, l’area metropolitana di Genova, il governo e la famiglia Benetton, i 3mila chilometri e i 7mila dipendenti di Autostrade, gli azionisti, obbligazionisti e creditori bancari di Atlantia; non ultimi i magistrati che accerteranno e puniranno le responsabilità — neppure la politica nazionale ha pronunciato le parole giuste per tutelare i veri interessi pubblici messi in gioco dal disastro. Nemmeno il premier Conte – che con la felpa della Protezione civile la sera di Ferragosto ha deciso a Genova una revoca tutta verbale e politica della concessione – è parso all’altezza del suo ruolo autoproclamato di “avvocato del governo italiano”. 

I miliardi bruciati fra martedì e ieri in Piazza Affari non li hanno persi solo o principalmente “Atlantia e i Benetton”: li hanno visti sfumare, nell’arco di poche ore, molti piccoli o grandi azionisti del gruppo (la Fondazione Crt ha visto erosi 265 milioni alla sua funzione sussidiaria); molte altre società quotate italiane, molti strumenti di risparmio agganciati agli indici italiani. Lo spread è intanto risalito verso quota 300 — ormai metà della linea rossa del 2011 — anche per la forte instabilità generale aggiunta dalla tragedia di Genova: ad esempio, dai battibecchi roventi e velenosi fra i vicepremier in carica — Di Maio e Salvini — e l’ex premier Renzi su quali forze politiche sarebbero state beneficiate di più dal sistema-Autostrade dopo la privatizzazione. Da un vicepremier del Nord e dal superministro per lo Sviluppo proveniente dal Sud sarebbe stato lecito attendersi l’annuncio di un piano infrastrutturale straordinario da portare sui tavoli Ue assieme al budget 2019: non la polemica preventiva e demagogica sui fondi europei.

Il rischio d’impatto più pericoloso resta comunque quello denunciato da Antonio Polito sul Corriere della Sera: la paralisi politica, strategica e culturale attorno al tema della sviluppo. Non sorprende che Di Maio prospetti il ritorno di un gestore pubblico per le Autostrade. E’ lo stesso leader politico che ha subito firmato un decreto di congelamento del Jobs Act e di ripubblicizzazione del mercato del lavoro. E’ lo stesso ministro che ha mandato pregiudizialmente in pezzi il dossier Ilva costruito da Carlo Calenda con l’indiana Mittal. E’ il vicepremier che vorrebbe salvare un’Alitalia di Stato presso le Ferrovie, rinviandone ancora la privatizzazione. 

Il “cambiamento” promesso dalla coalizione giallo-verde assume sempre più i profili più preoccupanti: punizione “a prescindere” del mercato e dell’impresa e utilizzo del Governo in carica come veicolo di esproprio e riconquista. Il problema di oggi non è cancellare le privatizzazioni degli anni 90. È fare — o rifare — le privatizzazioni senza commettere gli errori che, senza dubbio, sono stati commessi allora e dopo. Dalla classe imprenditoriale e finanziaria italiana non meno che da governi e forze politiche.

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