Il miracolo di Ninive dopo il genocidio

Oggi al Meeting di Rimini verrà presentata la versione italiana di Ninive, il film sul genocidio dei cristiani nella pianura che circonda Mosul di FERNANDO DE HARO

20.08.2018 - Fernando De Haro
Ninive_Film
Immagini dal film "Ninive"

Oggi al Meeting di Rimini vera presentata la versione italiana di Ninive, il mio film sul genocidio dei cristiani nella pianura che circonda Mosul. Il documentario è stato registrato quando l’Isis controllava ancora la città. A pochi chilometri da dove filmavamo erano in atto i combattimenti e abbiamo avuto l’opportunità di visitare i luoghi che gli jihadisti avevano appena lasciato. In alcune case occupate c’era ancora il cibo dei combattenti. Alcune delle persone che ci hanno aiutato nel nostro lavoro ascoltavano i messaggi radio dell’autoproclamato esercito del nuovo califfato perché volevano sapere se dovevano fuggire di nuovo.

Il film ricostruisce lo svuotamento delle città cristiane come Qaraqosh, Teleskof o Batnaya quattro anni fa. Sono fuggite 120.000 prima dell’arrivo degli jihadisti. Non è stato ancora chiarito perché l’esercito iracheno e i Peshmerga (l’esercito curdo) non li hanno protetti. Era semplicemente a causa della debolezza di coloro che avrebbero dovuto difendere la popolazione civile (in questo caso costituita da battezzati)? È una follia pensare, come sostengono alcuni, che ci fosse una sorta di accordo per la spartizione della Piana di Ninive, zona contesa tra sunniti, sciiti e curdi?

La regione che circondava Mosul era già negli anni ‘70 del secolo scorso un luogo in cui veniva portata avanti un’intensa politica finalizzata a modificare la composizione demografica in favore dei sunniti. Quattro anni fa le città di Ninive erano molto attraenti per un Kurdistan definitivamente indipendente che mirava a estendere i suoi confini dalla vicina Erbil. Lo erano anche e lo sono tuttora per sunniti e sciiti. Proprio in questo mese di agosto il Consiglio della Provincia di Ninive ha affrontato il Governo federale che voleva insediare 450 famiglie di sunniti a sud e a est di Mosul.

Un anno dopo la liberazione definitiva di Mosul, i cristiani stanno tornando nelle loro città d’origine. È un miracolo se si tiene conto della situazione in cui sono state lasciate. Erano autentiche città fantasma, come si può vedere nel documentario. Distrutte dai feroci combattimenti tra l’Isis da una parte e l’esercito iracheno e i Peshmerga dall’altra. I bombardamenti, necessari, degli americani, avevano danneggiato tutto. Le chiese erano state profanate, le tombe aperte e saccheggiate. In questo momento il 45% delle famiglie fuggite è tornato, il 35% delle case che sono state distrutte è già abitabile. Anche i lavori di recupero delle chiese stanno avanzando.

Cos’ha reso possibile questo miracolo a Ninive? Certamente la fedeltà dei cristiani dell’Iraq alla loro vocazione. Non si può capire come mai delle persone che hanno sofferto così tanto – molte di loro erano già fuggite due volte prima di lasciare Ninive – sono tornate al loro luogo di origine senza la consapevolezza che per loro essere lì è un modo per rispondere alla missione che Dio gli ha affidato. L’aiuto internazionale è stato d’altra parte decisivo. È stato essenziale che nel 2016 la Segretario di Stato degli Stati Uniti dichiarasse che ciò che accadeva era tecnicamente un genocidio. Con Trump alla Casa Bianca, così vicino all’Arabia Saudita, quella dichiarazione non ci sarebbe stata. Ed è stato determinato anche il pronunciamento nella stessa direzione del Parlamento europeo. Vergognosamente non c’è mai stata una dichiarazione simile da parte dell’Onu, che ha ceduto alle pressioni di Riad. Da ciò si deduce che la mobilitazione politica, a livello nazionale e internazionale, è molto importante quando si tratta di affrontare la persecuzione dei cristiani. Quelli iracheni hanno una fede da cui si può imparare, vescovi con senso della storia e laici capaci di muoversi in modo intelligente nell’infernale scacchiere iracheno. E poi chiaramente ci sono i soldi. Il Governo di Baghdad ha appena stanziato fondi per la ricostruzione e i 7 milioni che sono già stati spesi provengono dalle donazioni di organizzazioni ecclesiali, specialmente cattoliche.

Ma ci sono ancora molte domande affinché il genocidio che si è verificato quattro anni fa possa essere compensato. Il patriarca Sako ha recentemente ricordato la necessità di disarmare le milizie confessionali, che condizioneranno sempre Ninive, e la convenienza a rafforzare l’esercito nazionale. Il Cardinale di Baghdad non smette di insistere sul fatto che è necessario un progetto-Paese affinché l’Iraq esca fuori dal tunnel in cui è entrato con la guerra del 2003. La nettezza, per esempio, con cui Baghdad ha fermato il referendum per l’indipendenza dei curdi un anno fa è stata decisiva per impedire una frammentazione che avrebbe compromesso la libertà e la sicurezza dei cristiani.

È stato il sunnismo radicale a minacciarli negli ultimi anni. Cosa farà il Governo che si formerà nei prossimi giorni, dopo la vittoria della coalizione guidata dal religioso sciita Muqtada al Sadr (un grande nemico degli Stati Uniti, lontano dall’Iran e determinato ad avvicinarsi ai sunniti), resta un’incognita. L’amministrazione Trump non ha una posizione chiara, si muove solo in funzione del suo accordo con l’Arabia Saudita.

Ninive mostra come una circostanza così avversa come un genocidio possa essere l’occasione perché la fede cresca.