Per evitare un’altra Lehman

Sono passati dieci anni dal fallimento di Lehman Brothers. Diverse domande restano sul tappeto, ma ci sono anche delle risposte su cui riflettere. FERNANDO DE HARO

18.09.2018 - Fernando De Haro
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Sono trascorsi da poco dieci anni dal crac di Lehman Brothers, dieci anni dallo scoppio della crisi che ha definitivamente cambiato le nostre vite. Quando si sono state sbagliate le autorità statunitensi? Quando hanno lasciato fallire Lehman senza salvarla come avevano fatto prima con Bear Stearns e poi con JP Morgan? George Bush e il suo team hanno sbagliato a correggere il loro credo liberale e ad adottare un intervento mai visto fin ad allora? La discussione non è ancora finita. Un’ingiustizia è stata commessa perché il denaro di tutti è stato utilizzato per salvare le banche che sono state messe in crisi dall’avidità di alcuni. Era necessario arrivare a questa grande ingiustizia per fare il bene di tutti?

Le domande persistono, ma almeno, un decennio dopo, ci sono alcune risposte. Non possiamo continuare a dire con l’allegria degli anni ’90 che è necessario avere “più società, meno Stato”, soprattutto se più società vuol dire più mercato. Difficilmente la bolla sarebbe cresciuta così tanto senza la deregolamentazione del sistema finanziario. Non sarebbe stato così facile trasformare, attraverso la cartolarizzazione, debiti infruttuosi in prodotti di investimento apparentemente convenienti e redditizi. Erano indistinguibili da quelli collegati all’economia produttiva. 

Il sistema finanziario ha inventato strumenti diabolici per moltiplicare una frode che le istituzioni pubbliche avrebbero dovuto rilevare e vietare. Ma la sovranità dei supervisori era scomparsa in un mercato globale. Tutto questo mentre si teorizzavano le false virtù liberali che, per magia, trasformano l’egoismo privato in un bene pubblico. Dopo il fallimento di Lehman abbiamo scoperto che non c’erano mercati perfetti, capaci di autoregolamentarsi e di fornirci trasparenza. Lasciato alla sua inerzia, il mercato è vittima di avidità e dimentica che la finanza dovrebbe essere al servizio dell’economia reale, del lavoro delle persone.

La crisi di dieci anni fa non è stata come quella del ’29 perché c’è stato un intervento deciso dello Stato attraverso la Federal Reserve e la Banca centrale europea (quest’ultima è arrivata in ritardo perché fino all’arrivo di Draghi gli europei sono rimasti preda del tabù anti-inflazionistico dei tedeschi). Fortunatamente, a capo della Federal Reserve c’era Bernanke, che aveva studiato gli errori commessi nel ’29 e ha scommesso da subito su una politica monetaria espansiva con tassi d’interesse negativi e con l’acquisto di asset. Tutte le munizioni disponibili e altro ancora, inventando nuovi strumenti, per immettere molta liquidità nel sistema. Era necessario che scorresse denaro. La soluzione non è stata adottata in Europa fino al 2015, quando la Bce ha messo in marcia il programma di Quantitative easing. 

Dieci anni dopo questa politica di denaro a basso costo stiamo sperimentandone gli effetti collaterali. Da quando gli Stati Uniti hanno iniziato a ritirare gli stimoli e hanno abbandonato la politica dei tassi ultra-bassi, i paesi emergenti hanno iniziato a essere in difficoltà. Non sappiamo cosa accadrà in Europa. La guerra commerciale, la transizione digitale e l’aumento del prezzo del petrolio sollevano nuove domande.

In ogni caso, ora sappiamo che sia attraverso la supervisione di un governo economico, che non arriva ancora in Europa, che con l’intervento di politica monetaria non ci può essere più società se non c’è uno Stato forte (non invasivo), uno Stato migliore. Uno Stato per la società. Il dramma, il problema, come sottolineato da Bauman e molti altri, è che il tempo di Westfalia non tornerà. Lo Stato sociale, lo Stato supervisore, che sembrava così possibile e così potente dopo la Seconda guerra mondiale, è scomparso. Lo Stato è stato espropriato del suo potere precedente di cui si sono appropriate le forze sovranazionali, i flussi globali che sfuggono a ogni controllo politico. 

È necessario costruire il “governo d’Europa” (che non abbiamo) e sarebbe altamente auspicabile costruire un “governo del mondo” (verso questo ci si incamminava con il G20, ma ora il progetto è impossibile con i nazionalismi di Trump, Putin e Xi Jinping). Ma ogni governo del ventunesimo secolo dovrà fare i conti con la “decomposizione della sovranità”, una decomposizione che ci lascia allo scoperto di fronte a nuove bolle (il sistema finanziario rimane privo di supervisioni adeguate). Di fronte a questa situazione non c’è altra risposta che l’educazione. Un’educazione che ci faccia capire che nessun prodotto finanziario, in condizioni normali, può avere un rendimento del 10%. Il denaro non si regala, il denaro sano arriva dal lavoro, dall’economia produttiva.

Non c’era altra soluzione che evitare i fallimenti come quello di Lehman. È stato necessario salvare parte del sistema finanziario americano, salvare il Portogallo, la Grecia, l’Irlanda, le casse di risparmio spagnole… non c’era altra scelta che salvare molte cose. Si sarebbe potuto fare in un altro modo. La crisi ha distrutto un sistema sociale più egualitario, ma soprattutto ha distrutto la fiducia: ha rivelato che il mercato e lo Stato sono nudi. Né il mercato è libero, né lo Stato è sovrano. Cosa ci rimane? La costruzione di relazioni in cui si possa recuperare la fiducia.

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