2019, l’avanzata dell’antidemocrazia

Nel 2019 si vivrà un periodo di crisi della democrazia che forse diventerà evidente nel momento in cui si terranno le elezioni europee

01.01.2019 - Fernando De Haro
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Il Parlamento europeo (Lapresse)

Nel 2019 celebreremo i 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino, un momento ricordato da qualcuno come la fine della storia. Trent’anni fa non ci sembrava assurdo pensare che la caduta del comunismo nei paesi dell’Est avrebbe comportato la vittoria definitiva della democrazia e della libertà nel mondo. Avevamo una visione più eurocentrica. E la democrazia ci sembrava una conquista definitiva, indiscutibile.

Mentre celebriamo la riunificazione dell’Europa sotto il segno della democrazia, la generazione nata 30 anni fa e le precedenti assisteranno e saranno responsabili di una crisi democratica senza precedenti nel Vecchio Continente. La risoluzione della crisi della Brexit è forse uno degli esempi più paradossali di un conflitto antidemocratico creato da alcune società che consideravano la democrazia parte della loro natura. David Cameron ha messo il Regno Unito in una situazione complicata prendendo la decisione poco democratica di delegare alla democrazia diretta la permanenza nell’Ue che avrebbe dovuto prendere lui, in quanto era stato democraticamente designato per questo. Nel 2019 il Parlamento e il Governo britannico potranno evitare il disastro ricorrendo nuovamente all’antidemocratica democrazia diretta (nuovo referendum) per cancellare la precedente decisione della democrazia diretta.

Tra diverse settimane, alle elezioni per il Parlamento europeo, è più che probabile che un’alta percentuale di elettori scelga formule anti-europee, di democrazia “illiberale” o di populismo distruttivo. Ci sarà una campagna elettorale piena di notizie false e condita dalla volontà destabilizzante di una Russia che ha trasformato qualsiasi democrazia occidentale nel proprio nemico. Non saranno pochi coloro che riterranno opportuno sostenere il nemico esterno. Tutto questo in un contesto di guerra commerciale e di perdita di prestigio di tutte le organizzazioni internazionali, incapaci di garantire che i valori democratici riescano a farsi strada.

La storia, lungi dall’essere finita, è molto viva. È evidente che l’antropologia e la cultura che sostenevano la democrazia come la intendevamo dopo il periodo postbellico sono scomparse. Ci sono molti indizi a confermarlo. La democrazia richiede una consapevolezza di noi stessi, di un bene comune per quanti appartengono a una comunità sempre superiore agli interessi dei gruppi particolari e alle loro differenze. È questo ciò che è scomparso. Il politologo Mark Lilla nel suo libro “L’identità non è di sinistra. Oltre l’antipolitica” attribuisce questa dissoluzione alle politiche progressiste americane degli ultimi decenni. Il progressismo americano, volendo migliorare la situazione dei neri, delle donne e di altre minoranze avrebbe finito per perdersi nella “foresta delle politiche d’identità” e sarebbe stato il responsabile della “retorica della differenza risentita e disgregatrice”.

Il liberalismo, il progressismo dell’identità, finiscono per assolutizzare l’io, il particolare che non si apre all’universale, né al razionale, ma resta bloccato nell’emotività. I social network e la digitalizzazione stanno aumentando questa riaffermazione del senso di gruppo che non ha bisogno, non vuole, una conversazione con chi è diverso. La diagnosi funziona allo stesso modo per la sinistra come per l’anti-sinistra.

Probabilmente l’analisi di Lilla attribuisce più peso rispetto a quello che realmente ha a ciò che definisce politica progressista, ma la sua descrizione della situazione è precisa. Come anche quella fatta da Joseba Arregui pochi giorni fa in un articolo su El Mundo intitolato proprio “Noi e il bene comune”. Arregui sottolineava qualcosa di simile a ciò che indicava Illa: le difficoltà nell’individuare il bene comune data la moltiplicazione dei soggetti collettivi cui “si aggiunge la distruzione permanente di ogni referimento dell’identificazione emotiva”. Tutto questo, indicava Arregui, avviene in un contesto di “confusione della tolleranza con l’indifferenza” e con una “negazione dei valori universali” o una loro affermazione “di una genericità e di un’astrazione che li sterilizza”.

L’antidemocrazia avanza perché oggi non sono più evidenti né un bene comune a tutti, né alcuni valori universali che sono diventati qualcosa di astratto come la comunità superiore al gruppo. Il risultato è che molti si sentono “indifesi”, con la “sensazione di non avere terreno sotto i piedi, di perdere la realtà, di essere lasciati indietro, di muoversi senza meta, disorientati, abbandonati senza bussola in un mondo complicato e problematico, senza riferimenti, senza nulla di sicuro cui aggrapparsi”. Non possiamo scandalizzarci dell’avanzata dell’antidemocrazia senza fare i conti con questa situazione descritta lucidamente dal pensatore basco.

Lilla propone, come soluzione, di recuperare il senso della cittadinanza. Che però non può essere riconquistato senza un’esperienza di appartenenza comune, senza un’esperienza in cui l’universale sia concreto. I fondamenti della vita democratica si ricostruiscono solo se ci sono esperienze sociali dove si sperimenti in forma pratica il valore della dipendenza reciproca in una comunità di persone diverse. La cittadinanza è molto più di un catalogo di diritti soggettivi o della somma di identità segmentate. È un protagonismo nell’ambito pubblico che si esprime come costruzione responsabile di fronte a nuovi e vecchi bisogni, come capacità di deliberare con gli altri, di raccontarsi e confrontarsi con chi è diverso.

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