A chi fa gioco questo stato di panico?

In Spagna come in altri paesi europei, Italia compresa, si diffonde un discorso del panico che vede negli immigrati una seria minaccia

15.01.2019 - Fernando De Haro
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Lapresse

Il nuovo partito “populista” apparso in Europa muove i primi passi. Vox, formazione che si autodefinisce di “estrema necessità”, ha raggiunto un accordo con il Partido Popular per facilitare la formazione del governo della comunità autonoma dell’Andalusia. Il testo del compromesso ha pochissimo di populista e nulla di estremo. Nonostante quanto firmato, però, i nuovi dirigenti del partito insistono nel sostenere che è stata inserita una delle loro rivendicazioni originali (molti delle quali irrealizzabili e stravaganti): l’espulsione di 52.000 immigrati irregolari che il governo dell’Andalusia avrebbe in qualche maniera nascosto. Non è certo, ma nel tempo delle fake news la veridicità non conta. L’importante è poter usare il panico che genera una “invasione di sub-sahariani” in tempi in cui il valore della persona si è oscurato.

Alcune settimane fa, il Segretario generale di Vox, Ortega Smith, parlava precisamente di un’invasione di immigrati con ricorso a strategie militari. Il presidente del PP, Pablo Casado, ha parlato di “una valanga” di milioni di africani. Parole particolarmente serie perché il PP è un partito di governo. Sembra che in Spagna riesca a spostarsi quasi mimeticamente un discorso della paura già presente in Italia, in Germania e in gran parte dell’Europa.

Il discorso del panico non si nutre della realtà, ma di terrore e sconcerto. L’arrivo di immigrati irregolari in Europa durante il 2017 è sceso ai livelli più bassi degli ultimi cinque anni. Mentre la “storia dell’invasione” è cresciuta esponenzialmente in Italia nel 2018, gli arrivi si sono ridotti dell’80% (23.000). È vero che in Spagna gli ingressi irregolari (57.000) hanno fatto segnare un record, ma quella cifra non giustifica un grande allarme. Secondo alcune stime, una quota tra il 33% e il 50% degli arrivati è tornata al proprio Paese di origine perché la maggior parte di essi sono marocchini o algerini. Gli ultimi dati ufficiali disponibili sono del 2016. Quell’anno sono arrivati 15.000 immigrati ​​irregolari e ne sono stati espulsi 19.000. La paura si diffonde in parte per via della cattiva gestione della situazione da parte del Governo socialista di Sánchez (i centri di accoglienza e di permanenza non funzionano, non si chiede l’aiuto di Frontex per i salvataggi).

Va inoltre tenuto presente che l’immigrazione irregolare rappresenta una piccola percentuale rispetto a quella che regolarmente stabilisce la propria residenza in Spagna. Nel 2017 più di 500.000 persone sono arrivate regolarmente, mentre gli arrivi irregolari sono stati meno del 5%. Solo dal 2016 il saldo migratorio, in un Paese che non fa figli, è tornato a essere positivo.

Perché in Spagna e in Europa si espande questo stato di panico senza fondamento reale? Alla fine della Seconda guerra mondiale, il Vecchio Continente sarebbe esploso se quella generazione avesse dovuto affrontare il problema degli sfollati e dei rifugiati con la coscienza che abbiamo oggi. Tutti gli sfollati erano sì europei, ma questo rendeva il loro trasferimento persino più difficile perché molti di loro appartenevano a minoranze e i particolarismi rappresentavano un grande ostacolo.

Sicuramente il panico migratorio mostra bene che la capacità di universalità europea che ha avuto inizio con la modernità si è esaurita. All’inizio di quel periodo, alla Regina Isabella la Cattolica era facile riconoscere l’umanità degli indios, mentre noi vediamo solo una minaccia in chi arriva dal sub-Sahara. Ci risulta difficile sottoscrivere le parole della grande regina nel suo testamento riguardo gli “stranieri”, quando diceva che non dovrebbero “ricevere alcun aggravio alle loro persone o proprietà, ma essere trattati bene e giustamente”.

È come se una parte del Vecchio Continente, dove si è sviluppata la vocazione dell’universalità, ora si fosse rinchiusa in un indianismo o indigenismo europeo particolarista che abbandona la sua migliore tradizione (attenzione alla persona, soccorso a chi sta per morire). Questo indianismo del panico, questo occidentalismo che perverte l’occidentale, sembra l’indigenismo chiuso diffuso in America da personaggi come José Carlos Mariátegui e José María Arguedas e di cui dopo si è appropriato il marxismo. Un Bergoglio ancora Vescovo ausiliare, parlando di tre martiri gesuiti del XVII secolo che morirono in Paraguay, segnalava che non implementarono un processo di ripiegamento sulla propria cultura (in questo caso quella degli indios) dimenticando il destino di universalità di tutto il progetto culturale. Il ripiegamento sulla propria cultura, diceva ancora, sarebbe il ruolo svolto dai marxismi indigenisti che negano l’importanza della fede nel significato trascendente della cultura dei popoli e riducono la cultura a un campo di confronto e di lotta.

Un ripiegamento che ai tempi era del marxismo indigenista, mentre oggi è dell’indianismo europeo del panico. Un indianismo che non vuole sottoscrivere la vocazione all’universale che c’è nell’immigrato che arriva sulle nostre coste, che trasforma tutto in una ragione di confronto e che non vuole vedere le pupille nere o chiare che arrivano dall’Africa.

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