La vittoria sulla disperazione

- Giuseppe Frangi

In Olanda, all’Aja, una famiglia armena richiedente asilo viene protetta dal rimpatrio mediante le preghiere di tanti cittadini

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Papa Francesco (LaPresse)

A cosa serve pregare? Potrebbe essere ricondotta a questa domanda elementare la bellissima catechesi che papa Francesco sta tenendo nelle udienze del mercoledì sul Padre nostro. È un percorso in cui Bergoglio non dà per scontato niente, come avesse presente la condizione dell’uomo di oggi, indifeso ed esposto a tutte le mille illusioni che gli vengono continuamente proposte. Il papa per questo smonta parola per parola la preghiera che Gesù stesso aveva dettato, per farne toccare con mano la concretezza e anche l’affidabilità. Nell’udienza di ieri ad esempio, con la sua consueta capacità di lavorare attorno alle parole per farne capire tutta la portata reale, si è concentrato sull’invocazione iniziale, “padre nostro”. È una parola che in aramaico aveva una sfumatura diversa: “padre” in aramaico è “abbà”, che viene non a caso usata in due circostanze da san Paolo nelle sue Lettere. Abbà – ha detto Francesco – è qualcosa di molto più intimo, più commovente che semplicemente chiamare Dio ‘Padre’. Ecco perché qualcuno ha proposto di tradurre questa parola aramaica originaria Abbà con ‘Papà’ o ‘Babbo’”. 

Se “padre” sottolinea di più l’aspetto di autorità, “abbà” invece segnala una familiarità di rapporto. “Dobbiamo immaginare che in queste parole aramaiche sia rimasta come ‘registrata’ la voce di Gesù stesso: hanno rispettato l’idioma di Gesù”, ha sottolineato Francesco in un altro passaggio della catechesi. E in quel dire “registrata” avvertiamo la commozione di un qualcosa che è scaturito da una vita e che tocca la nostra vita. In questa semplice invocazione c’è poi “una forza che attira tutto il resto della preghiera”.

Ma cosa può garantire che una volta invocato, anche dentro una relazione di familiarità, “Abbà” ci ascolti e che quindi la preghiera serva? Il papa mercoledì scorso con molta semplicità aveva sgombrato il campo dalle possibili perplessità: “Pregare è fin da ora la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione”, aveva detto. “Pregare. La preghiera cambia la realtà, non dimentichiamolo. O cambia le cose o cambia il nostro cuore, ma sempre cambia. Pregare è fin da ora la vittoria sulla solitudine e sulla disperazione”. È un cambiamento riscontrabile, verificabile, nella sua concretezza su noi stessi. Dire “Abbà” (basterebbe quello, dice il Papa) è un fatto che sposta, che traghetta da una condizione ad un’altra. Per dirla con Péguy, la preghiera “è il luogo dove tutto diventa facile”.

In un certo senso possiamo dire che la preghiera è un qualcosa di così reale da poter essere toccata con mano. È indicativo ad esempio quello che sta accadendo in queste settimane in un paese iperlaicizzato come l’Olanda. Una comunità protestante dell’Aja, per proteggere una famiglia armena (padre, madre e tre figli) che si è vista rifiutare la richiesta di asilo politico dal governo olandese, da tre mesi continua una maratona di preghiere nella chiesa di Bethel.  La famiglia, che rischierebbe nel caso venisse rimpatriata in quanto il padre è oppositore politico, vive ospitata nella canonica, protetta concretamente dalle preghiere che continuano senza pausa, con centinaia di fedeli che si alternano. Infatti sinché la funzione continua, la polizia per legge non può intervenire per rimpatriare i richiedenti asilo. Ovviamente si tratta anche di un braccio di ferro con il governo. Ma se si avesse qualche dubbio rispetto al fatto che la preghiera serva, l’esperienza dell’Aja, nel suo piccolo, aiuta certamente a fugarli…

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