Reimparare la politica

Tra i nodi che presto o tardi dovranno venire al pettine c’è senz’altro quello del rapporto dei cittadini con la politica. Occorre una nuova partecipazione

25.01.2019 - Giorgio Vittadini
senato_aula_voto_fiducia_lapresse_2016
LaPresse

Tra i nodi che presto o tardi dovranno venire al pettine nel nostro Paese c’è senz’altro quello del rapporto dei cittadini con la politica. Nodo che non riguarda tanto la scelta di un partito piuttosto che un altro, quanto il sentimento nei confronti di quella che Paolo VI definì “la più alta forma di carità”.

Innanzitutto bisognerà arrendersi a un fatto: la disaffezione per la politica ha un prezzo che sta diventando troppo alto per la collettività. Lo si vede soprattutto dalla mancanza di partecipazione e di dibattito costruttivo. Non ci troviamo in un “territorio” destinato solamente alle élite perché, in qualsiasi regime si viva, le regole della vita pubblica entrano in quella privata e condizionano le sorti di una comunità.

Nella rinata democrazia italiana dell’ultimo dopoguerra, in una città come Milano, in piazza Duomo alla sera, le persone discutevano di politica. Avevano certamente idee approssimative e spesso schematiche, se non ideologiche, ma tutti avevano il desiderio, attraverso il più semplice degli incontri in una piazza cittadina, di comprendere a grandi linee quello che avveniva nei cosiddetti luoghi del potere dove si esercitava la difficilissima arte di governo. Avevano passione per la politica e se ne sentivano partecipi attraverso il dibattito pubblico.

È impressionante come oggi la politica venga in parte demonizzata, in parte sostituita da altri protagonisti della vita pubblica, ma soprattutto “distribuita al popolo” dalla televisione e dalla rete.

È accaduto che mentre le società occidentali si aprivano ai sistemi democratici e diventavano comunità sempre più avanzate, ad esempio sul piano scientifico, la politica perdeva la sua credibilità e lentamente cominciava ad essere percepita come l’ambito di un potere dedito a controllare masse di persone isolate, scorrettamente informate e sostanzialmente sole.

Il paradosso della democrazia rappresentativa, che appare come il sistema “migliore nonostante tutto” e funziona malgrado i suoi difetti, si è trasformata in molti casi e in diversi paesi in una sorta di palestra di conflittualità permanente, mentre posizioni schematiche basate su informazioni imprecise sono divenute prerogativa di chi dovrebbe conoscere a fondo i problemi che tratta. Tutto questo produce una grande confusione, che oscilla tra scenari nostalgici (già sperimentati e falliti) di democrazia diretta o tra frasi fatte e altre scelte ricche solo di luoghi comuni.

Si può dire che la politica viene contestata duramente perché è stata relegata a un dibattito tra “iniziati”, oppure perché non è più spiegata ai vari livelli come veniva assicurato dalla presenza dei tanti corpi intermedi operanti nella società.

In Italia si faceva politica nei luoghi di lavoro anche attraverso le cellule, i sindacati, nelle scuole e nelle università con le associazioni studentesche, in vari corpi intermedi (persino negli oratori) che operavano in ambito sociale. Oggi, tutto questo è scomparso in un deserto di solitudine e di malessere.

Da queste considerazioni, in un quadro di crescente crisi della democrazia rappresentativa, emerge la necessità di riscoprire l’interesse per una partecipazione alla politica attraverso forme e strumenti nuovi che affrontino problemi quali: la motivazione a conoscere in modo approfondito, la capacità di ascoltare e di confrontarsi tra posizioni differenti, ritrovando terreni comuni e non ideologici di dibattito, reimparare il senso delle priorità, superare il personalismo fine a se stesso.

Forse, la definizione di scuola di politica non serve a nulla. Le cosiddette scuole di politica formavano, un tempo, i quadri dirigenti di partito. Oggi è forse più giusto pensare a “punti di incontro”, a “stazioni di consultazione e di discussione”, a “luoghi di elaborazione” (come quella che sarà inaugurata lunedì a Milano) in un territorio libero dove i temi fondamentali che riguardano la vita pubblica vengono affrontati in modo laico, schietto e franco, senza preconcetti. Pensiamo al dibattito sulle scelte economiche, oppure a quello sulle riforme istituzionali. O ancora, ai temi del welfare e dell’investimento su scuola e formazione e, in generale, ai tanti aspetti della vita sociale e alla possibile difesa, o al miglioramento nella loro definizione, dei diritti civili e di quelli sociali. Si pensi ancora alla peculiarità storica di un paese, alla sua particolarità di sviluppo economico e alle esigenze immediate da risolvere. Infine si consideri soprattutto il contesto internazionale, in un mondo che è immerso in conflitti tragici che, non riuscendo a trovare un equilibrio multipolare, pensa a nuovi rapporti interstatali, nel periodo di una globalizzazione irrevocabile ma da governare e che provoca spesso, per reazioni di vario tipo, anacronistici ritorni al passato con nazionalismi esasperati e forme di protesta che vengono classificate con termini ormai di dominio pubblico, come “sovranista” o “populista”. Forse imprecisi, ma comunque indice di grandi trasformazioni che vanno comprese.

Alla fine, va fermato il processo per cui dalla confusione si passa alla banalizzazione dei problemi e alla rassegnazione di essere solo inconsapevoli destinatari di scelte incomprensibili e spesso oscure.

E va fermato il deserto lasciato dalla mancanza di luoghi di dibattito, colmato solo da una massa di informazioni dove è difficile trovare il bandolo della matassa.

Di fronte a questo scenario sociale, un cittadino informato, cosciente e sensibile non deve pensare di avere conoscenze e competenze di un politico, ma deve essere consapevole di quanto il governo di una comunità può riservargli.

Se quelli che abbiamo chiamato “punti di incontro” o “stazioni di discussione” possono essere chiamati impropriamente “scuole di apprendimento politico”, va bene lo stesso. Il nocciolo della questione è che in questi luoghi si discuta dei problemi in modo informato e corretto e ci si confronti apertamente. È la nuova sfida per ritornare a una piena vita democratica.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultimi Editoriali