Un prete, un tavolino e una rotonda (a Baranzate)

- Giorgio Paolucci

A Baranzate, alle porte di Milano, fiorisce un’esperienza di accoglienza e solidarietà. Grazie all’opera di un prete e dell’associazione “La Rotonda”

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(LaPresse)

Milano è la città italiana dove risiede il maggior numero di stranieri: 470mila, il 14,5% della popolazione. Molto di più della media italiana (8,7%), ma molto meno di quello che accade in un Comune alle porte di Milano, Baranzate, 12mila abitanti, dove è straniero un abitante su tre e dove convivono 73 etnie.

Fin qui il linguaggio dei numeri, che indurrebbe a immaginare una bomba a orologeria pronta a esplodere e a essere offerta su un vassoio a qualche programma televisivo in cerca di situazioni-limite sulle quali imbastire una sana puntata all’insegna dell’ “aiuto siamo invasi, si salvi chi può”. Invece la realtà racconta di una rigenerazione del tessuto sociale che sta lentamente mutando i connotati di quella che in maniera sbrigativa qualcuno potrebbe inserire nel catalogo delle periferie degradate.

Artefici del cambiamento sono un parroco, don Paolo Steffano, impegnato in iniziative di sostegno alla comunità per rendere il Vangelo esperienza quotidiana e alla portata di tutti, e un’associazione di promozione sociale, la Rotonda.

Cuore di questa “rivoluzione comunitaria” è il quartiere Gorizia, dove gli stranieri sono il 70% della popolazione e dove sono fiorite iniziative di cui la popolazione è al tempo stesso utente e portatrice di risorse. E così negli anni sono nate “Porta della salute” – un gabinetto medico con un’infermiera, un pediatra e una ginecologa al servizio delle necessità del quartiere -, “Ospitalità” (housing sociale, 11 appartamenti gestiti dalla Rotonda e messi a disposizione di fasce deboli della popolazione), “Educare oltre” (aiuto allo studio), “Condividi” che promuove interventi di sostegno alimentare e di beni primari. E poi 3’è “Fiori all’occhiello”, un progetto di imprenditoria sociale nato per mettere a frutto le competenze sartoriali delle donne del territorio – arabe, latinoamericane, asiatiche – e dove ha lavorato anche Noor, un giovane afghano che dopo l’esperienza acquisita a Baranzate oggi lavora come sarto per Gucci.

A dare man forte a questa rinascita sociale sono scesi in campo grossi calibri: grazie a una donazione personale dell’imprenditrice Diana Bracco, un ex capannone industriale diventerà la casa comune delle attività promosse dall’associazione La Rotonda, a cui se ne aggiungeranno altre nell’ambito del progetto “InOltre-In quartiere Oltre i margini” che annovera tra i sostenitori Fondazione Cariplo, Fondazione Tredicimarzo di Paolo Barilla e Opera San Francesco per i poveri.

All’origine di questa dinamica che sta facendo di Baranzate un modello di rigenerazione delle periferie ci sono il carisma e il coraggio di don Paolo Steffano, innamorato di Gesù e appassionato al destino dei parrocchiani.

“Appartengono a tante etnie, è una specie di Onu di strada – dice – ma a tutti parlo con una lingua universale, quella della relazione, una ricchezza disponibile per tutti e che è il vero patrimonio dell’umanità”. Ha cominciato 14 anni fa piazzando un tavolino sul marciapiedi e intavolando dialoghi con gli abitanti del quartiere, ascoltando i loro problemi, tessendo rapporti umani, inventando soluzioni, diventando autorità riconosciuta a motivo della paternità esercitata con tutti. Nel 2017 Mattarella lo ha nominato ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica “per il suo contributo a favore di una politica di pacifica convivenza e piena integrazione degli stranieri”. Più che nell’abbattere muri – slogan che va per la maggiore – lui si è specializzato nell’aprire porte, “perché la conoscenza è il primo passo per costruire relazioni significative e trovare soluzioni adeguate ai problemi”.

Ad affiancare il lavoro della parrocchia è scesa in campo da nove anni La Rotonda, un nome che esprime bene la logica in cui si muove, come spiega la presidente Samantha Lentini: “Una Rotonda è di facile accesso, ben delimitata ma senza cancelli di esclusione. Ha un centro che serve come riferimento fondamentale, ma la vita si svolge tutta nella sua periferia. Una Rotonda non ha mai l’obiettivo di trattenere al suo interno, semmai di inviare altrove. In questa Rotonda ci sono precedenze da rispettare: i poveri. E la Rotonda gira perché le persone sono al centro”.

Pochi giorni fa il quartiere Gorizia è sceso in piazza. Non per una manifestazione di protesta, ma per una festa di popolo dove ogni etnia ha messo in mostra i suoi tesori: cibo, musica, vestiti, tradizioni, voglia di stare insieme. Una piccola grande testimonianza che l’umanità che ci accomuna è più forte della distanza che separa i luoghi in cui ciascuno di noi è nato.

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