Il male non è un gioco da bambini

- Marco Pozza

La paura che i boss mafiosi possano uscire di galera non è quello che l’Europa ha raccomandato all’Italia

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In carcere (LaPresse)

E’ bastato mettere le mani su di un aggettivo perché la città s’allarmasse di brutto: “Quel mai sull’ergastolo odora di tortura!” ha decretato la Commissione europea dei diritti dell’uomo. La maggioranza ha pensato di essere stata offesa, come fosse stata pronunciata la famosa frase del nascondino “Tana libera tutti”: già vedevano la città invasa da boss in passamontagna, criminali armati di fucili, galeotti muscolosi. Ciò ch’è stato detto, invece, è di tutt’altra specie: non è stato tolto l’ergastolo (che già tradisce, di suo, l’intento della Costituzione) ma viene chiesto di riflettere sull’aggettivo posto in allegato a certi ergastoli: la qualifica di ostativo, che è fratello gemello dell’avverbio tassativo mai. Fine pena mai.

La pancia chiede vendetta per direttissima: “Ingiustizia, ha vinto la mafia, dov’è finita la galera a vita?”. E’ il populismo a doppia velocità: quanto tocca agli altri la pazienza è finita in anticipo, quando tocca a me è equivoco giudiziario. Altra cosa è il malumore in coloro che lavorano quotidianamente per stanare il male – penso alle persone che lo affrontano a quattr’occhi – o in chi, innocente, sta vivendo un ergastolo di sofferenza a causa di un’ingiustizia, di una morte: non c’è condanna, nemmeno la pena di morte, che possa rimettere in vita la vita ch’è stata uccisa. Il massimo che l’uomo possa fare è torturare l’aguzzino, fino a farlo impazzire dal dolore: dalla sua morte, però, cosa potrà nascere di buono per la sopravvivenza dell’intera società? L’invito della commissione è di riflettere sul peso dell’avverbio mai, di togliere quell’avverbio che, sotto-sotto, dice cose che i più faticano a comprendere: “O collabori con la giustizia o muori in questo cimitero di ferro e cemento”. Punto.

“Collaborare” è verbo di piccone, di ruspa, di demolizione: il verbo che dice maturità, consapevolezza di un male causato, l’impegno nel non ripetere quell’efferatezza. Non sempre, però, “collaborare” è possibile: dietro ogni persona detenuta c’è una famiglia sottoposta a rischio, ci sono innocenze nascoste e risapute, c’è un amalgama di grano e zizzania che è arduo scorgerne i confini. C’è tutto un mondo impossibile da misurare a-spanne, da fuori, megafono in mano. Ecco l’invito della Commissione europea: “Togliete l’automatismo per il quale se uno non collabora dovrà marcire in galera”. Che, a dirla tutta, non si richiede nemmeno di togliere l’avverbio funebre mai, bensì di non tributarlo a-priori, di principio. Potrà anche essere che qualcuno – incallito, impassibile, rozzo – debba rimanere tutta la vita in galera, ma questa decisione sia presa valutando personalmente il suo caso. Non a priori: nessun uomo è uguale ad un altro. Come nessun uomo è un’isola: il peccato di uno ha il potere di intasare la storia di un popolo. Di segnare indelebilmente la storia collettiva.

Che cosa fare, dunque: incazzarsi o applaudire? Incazzarsi non ha senso: questa decisione non ha il potere di scarcerare nessuno. Applaudire? Potrebbe anche essere, se non fosse che siamo rimasti uno degli ultimi paesi a non voler capire che il bene e il male inventano abiti su misura: nessuna storia, dunque, è mai misurabile a priori. Morale della favola? L’Europa – questo è il cuore di tutta la faccenda – affida alla magistratura di sorveglianza (il ramo della giustizia che ha il compito di seguire l’esecuzione della pena di una persona condannata) di valutare caso per caso ogni singola storia prima di lasciargli addosso, come un cappotto, l’avverbio di pesantezza mai. Di tenerlo come ultima spiaggia. Il che è lungi dall’urlare “tana libera tutti!”: il male non è un gioco da bambini, richiede un corpo a corpo sudato non solo per smascherarlo (è il primo tempo della partita) ma per renderlo definitivamente impotente: è la vittoria finale sul male.

La maggioranza mugugna, la minoranza si ostina a lavorare in trincea per scommettere sulla risurrezione dei viventi. Incoraggia che questa minoranza sia quella che, senza applausi, quotidianamente frequenta il sottoscala del carcere: là s’impara a distinguere l’aggettivo dal sostantivo, la gogna dalla vergogna.

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