Un punto di partenza per la Catalogna

- Fernando De Haro

Una sentenza della Corte suprema spagnola può rappresentare un punto di partenza nel dialogo sull’indipendenza catalana

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Manifestazione in Catalogna (LaPresse)

La sentenza con più trascendenza politica che è stata pronunciata negli ultimi anni in Europa è stata scritta, paradossalmente, in un vecchio convento di Madrid, il Convento de Las Salesas Reales, progettato da un architetto francese nel XVIII secolo. Qui ha sede la Corte suprema, che ha stabilito la “verità giuridica” circa gli eventi che portarono alla fine del 2017 alla dichiarazione/non dichiarazione di indipendenza della Catalogna.

La verità giuridica, con tutti i suoi limiti, si erge come un’oggettivazione dei fatti dopo che negli ultimi due anni i catalani e il resto degli spagnoli hanno assistito a una guerra di interpretazioni. Le versioni di ciò che è accaduto sono passate dal colpo di stato all’esercizio civico e pacifico dei diritti politici fondamentali. Ora lo Stato, attraverso la Corte Suprema, limita la soggettivazione. Si può discutere sulla decisione dei giudici, protestare contro di essa, considerarla troppo blanda o troppo dura. L’applicazione delle condanne sarà fonte di tensione. Ma la cosa importante è che la restituzione di una certa oggettività può diventare un punto di partenza per la Catalogna e per il resto della Spagna.

Non è stata una ribellione, non è stato un tentativo di colpo di stato, hanno detto i giudici. Al contrario di quanto sostenuto dall’accusa. C’è stata sì la violenza dei promotori della secessione. L’indipendentismo non è stato figlio di Gandhi (qualcosa di essenziale per non cadere in una certa patologia). Ma tale violenza non era né pianificata, né strumentale a una modifica strutturale dello Stato, serviva a organizzare tumulti che cercavano di evitare l’applicazione della legge.

Lo Stato ha fornito “un minimo fattuale”. In che modo questo può essere un punto di partenza e non di arrivo? Da quando la sentenza è stata annunciata, è stato esternalizzato qualcosa che i leader dell’indipendentismo avevano interiorizzato. Lo Stato non è stato capace, a causa della cattiva gestione politica, di frenare lo svolgimento del falso referendum del 1° ottobre 2017. Ma dopo la fuga di Puigdemont e di alcuni dei suoi consiglieri, dopo l’inizio del processo, è diventato chiaro che il potere giudiziario stava correggendo gli errori di quello esecutivo. La chiamata unilaterale alla secessione si è trasformata in un vicolo cieco. Nonostante il modo con cui il Governo cercava di spiegare cosa stava succedendo in Catalogna, nonostante la simpatia di alcuni settori dell’opinione pubblica europea per la secessione, la via dell’indipendenza era chiusa. Da tempo. La sentenza l’ha messo nero su bianco. Ora i leader indipendentisti devono decidere come mantenere viva la loro causa. La divisione che si è verificata tra loro negli ultimi mesi è la prova dell’inutilità di ripetere gli slogan a favore di una Catalogna immediatamente separata dalla Spagna.

Ma la sentenza è anche una sfida per il costituzionalismo che non può rimanere a braccia conserte con quasi la metà dei catalani a favore dei partiti secessionisti, con il 44% che vuole l’indipendenza e con un’ampia maggioranza che vuole votare un qualche tipo di referendum per decidere sul proprio futuro. Per questo è necessario scavare tra le proposte che sono state fatte negli ultimi anni, per trovare una qualche realizzazione a questi desideri e sentimenti all’interno del quadro della Costituzione. La “vittoria totale” del costituzionalismo sarebbe il modo migliore per aumentare il problema in futuro. La frustrazione e il risentimento si rialimenterebbero.

C’è chi ha proposto di approvare una nuova disposizione aggiuntiva che includa nella Costituzione la specificità della Catalogna. La formulazione potrebbe però presentare dei problemi. Un’altra soluzione è tornare al punto di partenza, alla riforma dello Statuto della Catalogna del 2006, corretto dalla Corte Costituzionale. Come ha proposto Pedro Sánchez. Si potrebbe arrivare a una riforma della riforma da votare in un referendum che ratificherebbe il cambiamento (questo sì, previsto nella Costituzione). Tutto fuorché la passività. Ai partiti e ai governi costituzionalisti spagnoli, in particolare alla destra, è mancata la capacità di proposta, l’iniziativa.

Ci sono stati anni in cui non aveva senso fare offerte a un indipendentismo intransigente. Bisognava applicare la legge. Ma ora lo scenario è cambiato. L’obiettivo non è quello di placare i leader indipendentisti, qualcosa di impossibile, ma mostrare agli elettori dei sostenitori della secessione che esiste una via d’uscita. Il Convento de Las Salesas Reales è diventato il Chilometro zero.

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