Nel mirino della vita

- Giuseppe Frangi

Stroncò Baricco, Benni, Eco, perfino l’ultimo Calvino. Giovanni Raboni leggeva, recensiva e spesso stroncava. Sempre i libri, mai le persone. Per farlo serve libertà

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Giovanni Raboni (1932-2004)

È bello imbattersi in libri come questo appena uscito che raccoglie ben 170 stroncature di un intellettuale profondo e libero come Giovanni Raboni. Raboni è stato critico letterario, teatrale e cinematografico che ha “militato” scrivendo su giornali diversi per appartenenza, da Avvenire a L’Espresso. Ha sentito la vocazione a tenere informati i lettori con un metodo che faceva perno sull’“oggetto in sé”, lasciando ogni volta da parte i giudizi sedimentati, gli schermi mentali e gli apriori. È un approccio a quel “dato” che è il libro, il film o lo spettacolo, dimenticando preconcetti ma anche stando libero nei confronti di autori consacrati da un vasto consenso. È questa la premessa che gli ha permesso di demolire negli anni decine di libri, senza che questo diventasse mai una demolizione della persona: le sue sono sempre stroncature “ad rem” e mai “ad personam”.

L’esercizio della stroncatura diventa così uno straordinario esercizio di vera libertà, che è molto di più che una banale libertà di opinione. La stroncatura implica una grande fiducia nella ragione e una capacità di accompagnare il lettore nella ricerca di una verità che molte volte è diversa da quella che si dava per acquisita. Chi recensisce, scrive Raboni, deve convincere il lettore di essere “alla ricerca di una verità non soltanto per lui, ma anche, in un certo senso, assieme a lui”. Tutto questo si basa sulla convinzione che la letteratura sia una cosa molto seria perché chiamata a dare una più ricca comprensione del mondo e un’accresciuta dignità dell’esistenza: le opere d’arte, sosteneva sempre Raboni, devono permanere saldamente “nel mondo della vita”.

Se queste sono le premesse, appare chiaro come la stroncatura sia un modo di smascherare chi tradisce questo compito. Ma qui viene il bello: perché tra i nomi ne sfilano tantissimi baciati da un consenso automatico; un consenso determinato dalla convergenza di giudizi e di interessi dell’“intelligentsia” e del mercato.

Ecco allora i giudizi di Raboni abbattersi su tanti intoccabili, tra i quali non viene risparmiato neppure l’ultimo Calvino. Non viene risparmiato un mostro sacro come Umberto Eco. “Il motorino della scrittura ce la fa appena a smuovere la carretta dell’intreccio con il suo greve carico erudito”, scrive recensendo Il pendolo di Foucault. E conclude con una boutade che non ammette repliche: “Sotto il profilo letterario Eco va assolto per non aver commesso il fatto”. Nel mirino di Raboni non ci sono tanto i brutti libri, quanto i falsi libri, quelli che cercano di andare alla conquista del “gusto medio”: “efficacissimi strumenti di unificazione del mercato perché consentono di allineare le élite alle masse, di soddisfare con un solo prodotto esigenze ‘ingenue’ ed esigenze ‘sofisticate’”.

Nel suo mirino di uomo di sinistra finiscono i best seller del progressismo come Baricco e Benni, tacciati di mediocrità letteraria e di snobismo populista. La stroncatura diventa così lo strumento per esprimere un punto di vista non allineato e non omologato sullo stato della cultura italiana. La stroncatura diventa non espressione di un gusto ma spazio di libertà. Se oggi è un esercizio da cui tutti si tengono alla larga (a parte le risse “ad personam”) è perché manca quel gusto della libertà.

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