Il Pentagono italiano corre ma deve investire

- Gianni Credit

Il Rapporto 2019 della Fondazione Nordest mostra dati interessanti su quello che si può definire il Pentagono italiano

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Sbaglierebbe chi si aspettasse un’autocelebrazione nel Rapporto 2019 della Fondazione Nordest, il più importante think tank socioeconomico basato nelle Tre Venezie. Già nelle prime righe della sua presentazione, Carlo Carraro – già rettore di Ca’ Foscari e direttore scientifico della Fondazione – rivendica sì al nuovo “Pentagono” italiano “una perfetta integrazione con le aree più evolute e dinamiche del Centro Europa”, ma come premessa a un alert molto forte e molto chiaro: Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia Romagna “mostrano un ritardo negli investimenti per il futuro sviluppo”.

Il Pentagono è ormai indubitabilmente subentrato al Triangolo del primo boom italiano nel ruolo di area trainante dell’Azienda-Italia. L’indicatore sintetico Ises costruito dai ricercatori FNE è basato su 15 parametri (dal Pil all’occupazione, al numero di laureati ai Neet, all’uso della raccolta differenziata dei rifiuti all’emigrazione ospedaliera, ecc.). E l’esito del test sulle 111 province italiane è inequivocabile: al vertice del ranking corrono 21 delle 33 del Pentagono, in compagnia della sola provincia di Firenze. Nella larghissima parte del Pentagono – e praticamente soltanto lì – il Pil pro-capite è nel segmento domestico massimo (33-43mila euro) così come il grado di apertura commerciale dell’economia, mentre la disoccupazione è inferiore al 7% (con i Neet al di sotto del 16%).

Anche nel confronto interno all’Ue il Pentagono emerge come competitivo, anche se qui cominciano le notizie meno brillanti e più problematiche. Il Pil pro-capite del Pentagono – dopo il deflagrare della crisi finanziaria globale nel 2008 e l’involuzione austerity-Pil dal 2011 in poi – ha mostrato buona resilienza, ma è comunque cresciuto meno e meno rapidamente di aree come la Baviera o il Baden Wurttemberg. Simmetricamente la dinamica di contrasto alla disoccupazione si è mostrata meno pronunciata. La lunga e severa fase recessiva ha certamente pesato in misura importante, ma FNE invita a guardare a grafici strutturali, nei quali il perimetro del Pentagono spicca con assai meno evidenza sia sulla mappa della penisola che su quella europea. Due in particolare: la popolazione in possesso di titolo di studio “terziario” (universitario o equivalente) e il rapporto investimenti/Pil.

“Nonostante i progressi ottenuti con Industria 4.0 – sottolinea il rapporto – emerge una mancanza di investimenti soprattutto in istruzione, formazione, infrastrutture, innovazione tecnologica e digitale”. È in questo quadro che viene segnalato come parta dal Pentagono la metà dei “nuovi migranti italiani” con titolo universitario. Lo “spreco” di capitale umano sembra inversamente proporzionale alla capacità di accumulo di capitale nella lunga affermazione del Pentagono nel motore manifatturiero dell’Azienda-Italia in Europa. E se il Pentagono ha potuto sprigionare un’inesauribile “resilienza” grazie alla coesione sociale generata anche dalla condivisione di una vocazione imprenditoriale diffusa, la “fuga dei cervelli” sembra insidiare in una fase cruciale una leadership imprescindibile per l’intero sistema-Paese.

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