L’Italia giallo-rossa: “litigo ergo sum”

- Gianluigi Da Rold

Nel Governo ci sono evidenti dissidi e la manovra non pare affrontare i veri problemi del Paese. Il destino dell’esecutivo sembra segnato

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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte (LaPresse)
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Si dice che Napoleone Bonaparte, fin da quando era primo console, si tranquillizzasse nel momento in cui sapeva che Fouché, diventato poi duca di Otranto, e Talleyrand (niente meno che un Périgord, famiglia più antica di quella dei re di Francia) avvano dei pesanti dissidi, e invece si inquietasse quando i suoi due grandi ministri andavano di comune accordo. Se ne deduce che i contrasti, anche in un regime che ha lasciato un segno nella storia, sarebbero quasi necessari. Tutto questo potrebbe consolare il nostro avvocato foggiano, il primo ministro Giuseppe “Giuseppi” Conte, il famoso “uomo dai due volti”, che potrebbe essere definito il “pizzardone”, “Il vigile” di Alberto Sordi, che riusciva a bloccare il traffico per i contrasti tra gli automobilisti.

Un mese e mezzo di governo, quasi una lite al giorno e contrapposizioni dure e acute su quasi tutti i problemi della manovra. Si capisce che è un Governo che ha il respiro corto e una durata che diventerà, inevitabilmente, limitata. Ma il paragone, che abbiamo tracciato alla lontana, è senz’altro ingeneroso e forzato, perché come non è possibile paragonare la seta di Como (scelta di politica economica dei Visconti nel 1300) con gli strofinacci che arrivano da qualche remota provincia cinese per opera della globalizzazione alla carlona, non è possibile paragonare la prima grandeur francese alla situazione attuale italiana.

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La deriva bonapartista è stata una tragica ma anche utile epopea nata dalla rivoluzione del 1789, la comparsata (così è purtroppo) dell’accordo giallo-rosso italiano, a conclusione della infinita “rivoluzione di velluto” del pool di Mani pulite, è la curva finale del declino cominciato nel 1992, quando l’Italia era la quinta (alcuni dicono la quarta) potenza industriale del mondo e il debito pubblico era al 105,49% (dato della Banca d’Italia), anche se il “mago” della “spending review”, Carlo Cottarelli, ha detto recentemente in Tv che era al 120%.

Forse Cottarelli, che dimentica sempre le parole banche e derivati, dovrebbe smentire il libro di una grande olivettiano, non un comunista, Luciano Gallino, dal titolo “Il colpo di Stato di banche e governi”. E dovrebbe riflettere, con la sua grande esperienza e intelligenza acquisita al Fondo monetario internazionale, proprio su banche, derivati e debito pubblico,

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Nel Paese delle lacune storiche, studiate con scrupolo come insegnano i grandi romanzi di George Orwell, Cottarelli dovrebbe poi ricordarsi che nel 2001 il debito pubblico italiano (ultimo governo Amato) viaggiava, in periodo di non crisi, al 104,79% (sempre dato di Bankitalia) con la sorpresa che, nei dieci anni da un Governo all’altro, l’Italia della seconda repubblica aveva svenduto la maggior parte della sua impresa pubblica per 180mila miliardi di lire, pagando una “cagnotta” del 6% alle grandi banche d’affari anglo-americane, secondo “l’acuto suggerimento” di Beniamino Andreatta e del “re dei babbei” (un detto cucciano) Romano Prodi, in una “riunione particolare e riservata” sul panfilo “Britannia”.

La cosa fu talmente sorprendente che persino un signore, duro ma garbato, come Vincenzo Maranghi disse in una famosa relazione: “Io non porto scarpe da yachting”. Si pensi che quelle sgangherate privatizzazioni avrebbero dovuto tamponare il debito pubblico e occorre aggiungere a quella svendita il “pandemonio” di Telecom, che ancora adesso non si comprende bene, partendo dalla famosa “opa Colaninno”.

Perché ricordiamo queste cose? Perché in questo periodo si parla soprattutto del “sesso degli angeli” e non si va mai alle cause della grande crisi sociale, economica e politica italiana. E invece sarebbe proprio il momento di fare analisi e scelte coraggiose, correggendo gli errori del passato e trovare nuove strade. Si pensi che non c’è nessuno, tranne pochi grandi economisti e sociologi, che ha il pudore di ammettere che, dopo la devastante crisi del 2008, le banche hanno letteralmente saccheggiato le casse degli Stati, cioè le tasche dei contribuenti.

Come se niente fosse, oggi le banche (tutte) fanno ancora trading (giocano con i titoli in borsa, limitando il credito e sistemando i loro bilanci). Restando all’Italia, un conto corrente costa in media più di 50 euro al trimestre, oltre a una decina di euro per bolli misteriosi e per ogni operazione, ad esempio i “bonifici”, il costo arriva anche a 4 euro l’uno. Le cosiddette carte di credito revolving, tra le altre, hanno degli interessi da usura, ma “Giuseppi”, così come i suoi predecessori, non se ne è accorto.

Adesso interverranno mossi dalla “magia” del denaro elettronico? Le banche hanno già fatto sapere che non intendono abbassare le commissioni e curare la “loro ricchezza”, cioè quella dei cittadini che devono depositare i soldi nelle filiali.

Eppure, nonostante queste “trovate”, all’ultima curva del declino si discute, litigando, nel Governo giallo-rosso su una “pioggia” di tasse che, tra le tante cose, dettano pure la dieta ai bambini. Quindi della ricorrente limitazione del contante. Occorrerà forse prepararsi alla tassa sul “lecca-lecca” e alla paghetta per i figli con la carta di credito: basta con il riciclaggio imposto dai genitori!

Si esulta evidentemente per aver scongiurato le clausole sull’Iva e si guarda con fiducia alla lotta all’evasione. “Giuseppi”, mentre si aggiustava una pochette nel taschino della giacca con diciotto punte, ha promesso di essere implacabile con gli evasori. Chi li trova? Anche il notissimo giurista Piercamillo Davigo, il nostro “nuovo Irnerio” di Candia Lomellina, ha ammesso a denti stretti, tra il triste e il realista: non possiamo mettere in galera dodici milioni di italiani!

Veniamo al cuore del problema. I maggiori ostacoli per l’Italia sono il lavoro, che manca, e il traguardo di una ragionevole stabilità sociale, che non esiste. Si dovrebbe rimettere in discussione l’amministrazione pubblica, la burocrazia opprimente, una pressione fiscale insopportabile, una crescita spaventosa delle diseguaglianze, una serie di fabbriche (circa 150) che chiudono per effetto del dumping europeo che non viene corretto. Nella manovra non c’è nulla che fa sperare in un miglioramento appena significativo.

Nell’intento di “far barriera” contro il pericolo Salvini, si mette insieme l’impossibile senza affrontare i problemi. Dimenticando in questo modo che Matteo Salvini, con la sua arrogante e aggressiva politica, è l’effetto degli errori fatti per anni dagli altri, non la causa del problema italiano.

Fatte le debite distinzioni, in molti, soprattutto Angelo Tasca in “Nascita e avvento del fascismo”, e poi con ampiezza Renzo De Felice e Rosario Romeo, hanno spiegato che Mussolini è passato anche per gli errori della sinistra. Tasca era comunista, un fondatore del Pci, se qualcuno ricorda o cerca di informarsi. C’è da stupirsi quindi se, in questo momento, dopo una flessione, Matteo Salvini è risalito nei sondaggi?

In tutti i casi, qualsiasi risultato salterà fuori dalle urne regionali, il destino di questo Governo pare scontato. Si pensi che oltre al primo ministro “giurista foggiano”, al “fratello del commissario Montalbano” e all’acrobata della “Leopolda”, si è aggiunto un ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che è soprattutto uno storico di Togliatti e Berlinguer, notoriamente due “pilastri” della democrazia liberale occidentale.

Dopo il 1956, a cominciare dal 1961 per arrivare sino al 1979, Giorgio Amendola cercò di spiegare ai due “eroi” di Gualtieri la differenza tra pianificazione e programmazione democratica, purtroppo senza successo. Adesso, in verità, non ce ne sarebbe nemmeno bisogno, perché i superstiti di quel periodo sono diventati filo-bancari liberisti in un marasma economico mondiale dove, nella sua ultima opera “Un green new deal globale”, Jeremy Rifkin prevede una crisi devastante, rispetto alla quale quella del 2008 sarebbe uno scherzo.

Nel declino globale della democrazia e della crescita economica con una concezione di democrazia ed equità, soffrono molti paesi, ma l’Italia sembra uscire dalle azzeccate fantasie di uno dei più grandi filosofi contemporanei: Enzo Jannacci. Basta parafrasare una sua canzone e sostituire esagerare con litigare, quindi ritmare: l’importante è litigare, sia nel bene che nel male, senza mai farsi capire. L’Italia giallo-rossa è passata dal “cogito ergo sum cartesiano”, al “litigo ergo sum”.

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