1989, un anniversario ancora scomodo

- Maurizio Vitali

Il 9 novembre ricorre il trentennale della caduta del Muro. Sotto i colpi delle coscienze, crollava un intero sistema politico basato sull’ateismo di Stato

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La caduta del Muro di Berlino, 9 novembre 1989 (LaPresse)
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Tra pochi giorni, il 9 novembre, è il trentennale della caduta del Muro di Berlino, spettacolare evento simbolo della fine del sistema comunista sovietico. Lì cambiò la storia. E quali furono le forze che cambiarono la storia? L’interpretazione prevalente, sin da allora, attribuisce quel rivolgimento, inimmaginabile sino a poco prima, all’improvvisa implosione dell’impero sovietico logorato dall’insostenibile confronto con la superiorità economica dell’occidente liberal-capitalista. Sarebbe ingenuo negare i fattori economici e politici. Ma essi non bastano a spiegare. La visione occidentalista non ha quasi mai saputo guardare agli uomini e agli avvenimenti oltre-cortina, e comprenderne la portata storica, perché non misurabile in termini di immediata capacità di presa del potere.

Gli uomini del cosiddetto dissenso, innanzitutto, censurati, perseguitati e pur presenti a testimoniare che l’uomo è fatto per vivere libero nella verità e non schiavo ossequioso alla menzogna del potere. “Il potere dei senza potere” è del resto il titolo dell’opera di un grande dissidente cecoslovacco, Václav Havel, che sarà poi eletto presidente del suo Paese. C’è stata dunque una forza spirituale tenuta accesa nei decenni bui dal sacrificio personale anche sino al martirio, senza la quale l’89 non si spiega.

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In Polonia questa “forza spirituale” ha pervaso e forgiato un movimento, Solidarnosc, di uomini del lavoro che ne ha mostrato la capacità di incidenza storica. I meno giovani hanno ancora negli occhi gli operai di Danzica in sciopero, agosto 1980, in ginocchio a pregare e confessarsi accanto ai cancelli degli immensi cantieri navali Lenin. Arrivarono ad essere 10 milioni. La loro stessa esistenza sbugiardava il marxismo-leninismo, per il quale la classe operaia era perfettamente interpretata dal partito-guida, che a sua volta teneva le redini dello Stato e dell’economia nell’interesse del proletariato. Ed ecco lì che 10 milioni di operai si rappresentavano da sé, con la schiena diritta, e senza mai spaccare neanche un vetro.

Il movimento fu messo fuori legge l’anno dopo, e furono varate leggi speciali repressive; ma il paese non poteva essere tenuto per anni in stato d’assedio. Solidarnosc ispirò anche iniziative innovative rispetto al mondo del lavoro. Non a caso si chiamarono Centri di solidarietà i primi tentativi di accompagnare i giovani nel percorso di inserimento nel mondo del lavoro, fuori dalla logica burocratica e inefficace degli uffici di collocamento. E ancora non a caso si chiamano oggi Banchi di solidarietà quelle centinaia di iniziative caritative di aiuto alimentare per gli indigenti sparse in tutt’Italia.

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A sua volta la forza di Solidarnosc non fu dovuta innanzitutto all’organizzazione, all’analisi e alla strategia; ma a un soggetto nuovo riemerso nella vicenda polacca: un popolo rianimato da una presenza eccezionale, quella del papa (polacco) Giovanni Paolo II, nel suo primo viaggio in patria la prima settimana di giugno del 1979. Il papa non parlò di politica. Disse che non si comprende l’uomo escludendo Cristo, né si comprende la nazione polacca senza Cristo. Ricorderà che il cristianesimo è portatore della verità dell’uomo. L’uomo ha perciò dignità e diritti inviolabili. La Chiesa vuole “servire gli uomini anche nella dimensione temporale” e “ambisce, per la sua missione, a rendere l’uomo migliore, più cosciente della sua dignità, più dedito nella sua vita agli impegni familiari, sociali, professionali, patriottici”.

Ma non fu solo il suo insegnamento; fu tutto lui stesso, la sua presenza, fatta di parole, gesti, toni, scelte, attenzioni, sottolineature, preghiera, coraggio, amore a Cristo e alla patria a scatenare un avvenimento di cambiamento del cuore dell’uomo. Senza questo non c’è vero cambiamento. E quando questa novità si spegne, tutto si corrompe, la novità deve continuamente riaccadere, essere rigenerata. Non è che un popolo ancorché polacco è cattolico per così dire identitariamente, etnicamente, una volta per tutte. E lo si è visto anche in Polonia.

A maggior ragione, i trent’anni della caduta del Muro sono innanzitutto i quarant’anni del viaggio di Papa Wojtyła in Polonia. Speriamo che, commemorando,  qualcuno se lo ricordi.

Perché, come recitava il titolo del Meeting per l’amicizia tra i popoli del 2018 (a sua volta ispirato a un’affermazione di don Luigi Giussani), “le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice”.

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