Tasse etiche? No grazie

- Maurizio Vitali

La tassa sulla plastica è una furbizia moralistica mascherata da bene pubblico: i comportamenti virtuosi si favoriscono con gli incentivi, non con i sotterfugi

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LaPresse

Ci sono due cose che sommamente non sopporti, se appena sei una persona di media autostima: la prima, che una qualche Donna Prassede si investa della missione di toglierti un innocente vizio, a sua scelta, e per il tuo bene; la seconda, che un qualche Furbetto Ipocrita ti faccia la morale per colpevolizzarti proprio mentre ti sta fregando. Non si ottengono comportamenti virtuosi  stressandoti o prendendoti per i fondelli: girano a vortice  le trottole e basta. Massime se Donna Pressede e Furbetto Ipocrita sono il Governo. Che ti tassa eticamente, per indurti alla virtù e salvare il mondo. Ma noi diciamo no alla Tassa Etica per la Virtù. No Tev.

Se le merendine (o certe merendine) fanno male alla salute, si mettano leggi (meglio se europee) che ne impediscano la commercializzazione. E si spieghi come e qualmente fanno male. Se no si lasci funzionare una facoltà che i bimbi hanno acerba ma i loro genitori matura, che chiamasi libertà.

Se la plastica (ah, il Moplen, e mo’ e mo’ e mo’, quanti ricordi…) non va dispersa nell’ambiente, cominciate a dirglielo alla Cina, all’India, all’Africa (anche), alle navi pirata che la scaricano abusivamente, alle mafie che la fanno sporca, non al povero cristo che da anni, tutti i santi giorni, pagando la Tarsu, accartoccia e differenzia la bottiglia dell’acqua, il vassoietto della frutta del supermercato, la lattina della coca (cola), il tetrapack del latte o del succo di frutta, convinto in coscienza di fare il bene del pianeta e di alimentare (gratis) la catena del riciclo. Che esiste, eccome. Da noi.

Ha scritto recentemente Chicco Testa, manager e intellettuale di lungo corso ambientalista, che le eco-tasse o servono solo a fare cassa, o non producono gettito se il consumatore o l’impresa non assumono abitudini di consumo più virtuose. È un cortocircuito che svela l’ipocrisia della tassa etica.

Lo sanno benissimo i Fumatori e gli Automobilisti della Prima Repubblica. Quando, tra Sant’Ambrogio e  Natale, i giornali titolavano più o meno: “Stangata sotto l’albero”, perché la manovra aumentava tasse varie ma precipuamente ed eternamente quelle su sigarette e benzina (che non era neanche verde). L’italiano vizioso pagava più o meno mugugnando, ma nessun ministro delle Finanze gli faceva vorticare le trottole cercando di convincerlo che era per il suo bene, per salvare il suoi polmoni e il globo terraqueo. Sapevano che il fumatore fuma e l’automobilista beve benzina, e alé. Nessuno ha mai smesso di fumare leggendo sul pacchetto “nuoce gravemente alla salute”. Tutto calcolato.

Quando nacque (non in Italia), il fisco ambientale fu pensato come parziale sostituto del fisco sul lavoro e l’impresa. Non come furbata per ottenere maggior gettito.

I comportamenti virtuosi si favoriscono con gli incentivi, non con i sotterfugi, e con la corretta informazione. Con le sanzioni, anche, certamente: dove si sgarra. Non con le tasse. Non con le furbizie.

Dicono di voler dare il diritto di voto ai sedicenni. Come volete, ma trattateci da adulti. Il popolo ha (ancora) riserve di intelligenza e di cuore, lo si vede quando incontra proposte e sollecitazioni al bene. Quando incontra un’auctoritas, anche umile; non quando spera salvezza dal satrapo presuntuoso e imbonitore. Non fategli girare le trottole, contategliela giusta. Se si tratta il popolo da cretino, si favorisce solo il degrado e il disorientamento: che già abbondano verso il livello di guardia.

Nel ’95 (seconda Repubblica?) Giulio Tremonti, ministro dell’Economia di Berlusconi, auspicava nel suo libro La riforma fiscale l’attuazione del principio “vedo, pago, voto”. Cioè della trasparenza dello scopo. Nel 1996, regnante l’”avversario” Romano Prodi con Carlo Azeglio Ciampi al posto di Tremonti, fu introdotta, una tantum, l’eurotassa: l’Italia (maggioranza e opposizione) era per osservare il Trattato di Maastricht, quindi ridurre il deficit in vista anche della moneta unica e si chiese un sacrificio agli italiani. Dicendoglielo chiaro e netto. La tassa era sul reddito delle persone fisiche, progressiva, e con restituzione del 60% promessa nel giro di un anno. La restituzione avvenne, nel 1998. Metodo “tremontiano”, si direbbe. Naturalmente si poté e si può essere in disaccordo nel merito dell’eurotassa. Ma quanto a chiarezza e serietà, chapeau. Imparassero.

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