L’ironia della storia è in agguato

- Gianluigi Da Rold

Tutto resta sospeso, in attesa, immobile. Si possono trovare numerosi sinonimi per fotografare la situazione politica italiana

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Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio (LaPresse)

Tutto resta sospeso, in attesa, immobile. Si possono trovare numerosi sinonimi per fotografare la situazione italiana. Ma il concetto ormai è chiaro a tutti; l’Italia si è fermata definitivamente, probabilmente ha addirittura deciso di fermarsi e segue il corso della storia per inerzia, senza passione e con un pessimismo al limite del disinteresse, che è un aspetto ancora più grave del pessimismo, quello che almeno ti fa prendere coscienza di ciò che si sta vivendo.

Tutto questo lo si può affermare non solo guardando i mensili “bollettini” che ragguagliano sullo stato dell’economia nazionale nel contesto europeo (siamo sempre gli ultimi), ma osservando, perplessi e anche un poco sgomenti, un inesistente dibattito istituzionale, di cui tutti avvertono la necessità. In più, cercando a volte, con un moto di reazione, di dimostrare un certo interesse, non si può che constatare una totale mancanza di visione politica da parte di tutti i protagonisti di questo complicato periodo storico.

Si vive, quasi sballottati e frastornati, tra lo schematismo di destra, l’inconsistenza inquietante dei pentastellati, la totale “mancanza di idee e di ruolo innovativo nel mondo in grande mutamento” della sinistra. I tre giorni del dibattito del Partito democratico a Bologna non hanno scosso alcuna coscienza e l’apparizione delle cosiddette “sardine” nelle piazze dell’Emilia-Romagna sembra una sorta di “aspirina”, forse sospinta o programmata per disperazione, che oscilla tra la “protesta-contro” e la mobilitazione di una nuova goliardia piuttosto paludata che chiama a raccolta i vecchi testimoni di una Regione che ha funzionato, che funziona ancora, ma che è comunque coinvolta in una situazione nazionale, politica, culturale e sociale che sembra senza un futuro.

Su queste pagine ha scritto un editoriale splendido Umberto Ranieri qualche giorno fa: “La rivincita dell’ 89”. Ranieri è stato un “vecchio” comunista riformista amendoliano. Si è arreso anche lui di fronte all’impossibilità di creare una sinistra nuova e moderna, una sinistra che non ritorna indietro, ma non dimentica mai le esigenze e i diritti di quello che un tempo si chiamava, senza l’enfasi attuale, il suo “popolo”.

Nello stesso tempo, all’inizio del suo ultimo libro Il tramonto dell’avvenire, Paolo Franchi ricorda il racconto di un esponente del Pds romano, Walter Tocci, che fu anche vicesindaco, quando andava a fare assemblee alla periferia di Roma: “Mano a mano che si allontanava dalla Roma borghese, pensava; ecco qui siamo già abbastanza forti, alla prossima fermata lo saremo ancora di più, al capolinea, dove devo scendere, saremo fortissimi”. Oggi si è arrivati al punto che un esponente della sinistra italiana deve fare il percorso inverso per trovare la sua forza; in periferia è contestato, nella Roma borghese portato ancora come esempio e ampiamente votato.

Una parabola inquietante, che deriva da come si è spiegato, senza criterio e magari senza neppure soffermarcisi sopra con coscienza critica, che cosa rappresentava la caduta del Muro di Berlino e l’implosione del comunismo, con il conseguente “tuffo” nella globalizzazione sotto la tutela della finanza spericolata. A quel punto, la strada impervia di un partito comunista, magari originale in quanto italiano, ma pur sempre comunista e pure leninista, si smarriva lentamente tra discorsi “tormentati” e alleanze senza prospettive reali.

Tutto questo viene a galla adesso, anche se da tempo se ne vedevano i segni, e ci si rifugia nell’ipocrisia di non risolvere nulla, attaccandosi invece (con qualche critica blanda) alla visione neoliberista di Giavazzi e Alesina, scambiati per nuovi guru economici e operando scelte che farebbero inorridire persino un segretario liberale della prima repubblica come Giovanni Malagodi. Non citiamo il repubblicano Ugo La Malfa, perché era troppo a sinistra, sin dai tempi della “nota aggiuntiva” del 1962.

La sinistra è talmente frastornata sul piano ideologico e ideale, che lascia spazio quasi per reazione meccanica a una delle destre più confusionarie (e anche scarsamente democratiche) della storia europea. Di fronte a una simile situazione, l’unica mossa della sinistra, con acrobazie da “circo equestre” è stata quella di creare una maggioranza contro il pericolo-Salvini e guadagnare tempo senza costruire al momento assolutamente nulla.

Certo, la manovra finanziaria, nonostante la montagna degli emendamenti, passerà anche se con una seconda “benedizione” europea. Il governo ha una compattezza disarmante nel mantenersi a galla, ma sono altrettanto allarmanti la litigiosità e le differenze profonde tra le forze politiche. A volte, questo governo tra le sparate quotidiane dei due guastafeste, Renzi e Di Maio, tra l’inconcludenza di Conte e i movimenti superflui degli altri, sembra una casa di cura psichiatrica. Altro che dibattito importante, scontro dialettico duro, tra forze diverse!

Sinora c’è stato un medico, importante, che tiene tutti in riga, perché andare alle elezioni diventa un rischio, secondo sondaggi credibili, che va da Montecitorio a Palazzo Madama, da Palazzo Chigi fino al Quirinale. Scelta obbligata? I dubbi sono molti anche perché bisogna sempre fare attenzione all’ironia della storia. Si pensi alla caduta del secondo governo Prodi, quasi una farsa.

Alla fine litigare per distinguersi tra forze politiche e scegliere deliberatamente l’immobilismo, il passare del tempo, non sempre paga. Davanti a questo esecutivo dalle mille facce c’è sempre la questione dell’Ilva che deve essere risolta a breve termine e di certo non può essere delegata, come ha fatto il presidente del Consiglio, al “feudalesimo delle procure”, dove tra Taranto e Milano si dibatte ormai di politica industriale in procura (specialità italiana) con posizioni differenti. Governo, forze politiche, sindacati aspettano la linea dei nuovi “feudi” giudiziari.

Poi ci sono le modifiche dell’Unione Europea, come quella sul Mes, il Meccanismo di stabilità, mentre non è ancora insediata la nuova Commissione per le ripetute bocciature di alcuni commissari.

Infine, ci sono altre vertenze bollenti in Italia (almeno centocinquanta). Quindi scadenze elettorali dove è problematico scommettere. Infine, un malessere generale e una disillusione sempre più vasta verso questa “nuova repubblica” nata dopo la caduta del Muro e l’irruzione dei pm nella politica italiana.

Governare un rinvio perenne di fronte a simili scadenze e con il ricordo di questo passato è sempre più problematico. Scegliere l’immobilismo come metodo è alla fine una delle principali cause di suicidio politico. L’ironia della storia è sempre in agguato.

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