Ilva e pm, il sonno della ragione

- Gianluigi Da Rold

La magistratura intende chiudere l’altoforno 2 dell’Ilva. Il risultato è quello di intensificare l’allarme sociale e di accelerare la crisi del paese, che in 25 anni ha perduto quasi tutti i suoi asset strategici

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Operai dell'Ilva di Taranto (LaPresse)

L’ex Ilva e Taranto si stanno avvicinando pericolosamente al “buco nero” a cui da tempo si erano avvicinati: in sciopero dalle 23 di martedì sera i lavoratori, una grande manifestazione a Roma insieme ad altri colleghi di fabbriche in difficoltà; lo spaccato, andato in onda anche in televisione, di una città e di istituzioni locali e nazionali profondamente divise.

Ma a questa cronaca drammatica si aggiungono altre notizie con un incalzare inquietante. La magistratura di Taranto conferma che l’altoforno 2 deve essere spento e a questo si accavallerebbe, secondo fonti sindacali, la richiesta di Arcelor Mittal, i nuovi padroni, di arrivare a una cassa integrazione straordinaria che si allarga a 3.500 dipendenti. La profonda crisi dell’Ilva, che dura da molto tempo, e che avrebbe richiesto interventi responsabili e tempestivi, sembra la metafora della crisi dell’Italia e dei suoi  improvvisati governi, arrivati con la deriva della “prima repubblica”, messa a soqquadro dalla magistratura delle “manette sporche” più che delle “mani pulite”, da una stampa asservita a poteri irresponsabili nazionali e a poteri stranieri interessati ai gioielli italiani.

Quale rilancio (termine usato da qualche esponente del governo) dovrebbe avvenire dopo una sequenza infernale e l’incalzare delle notizie dell’ex grande acciaieria, la più grande d’Europa, che era dell’Iri? Sarebbe sempre aperta una trattativa. Ma, giorno dopo giorno, tutti ci credono sempre di meno. 

Faceva impressione ascoltare alla televisione le dichiarazioni di alcuni lavoratori dell’Ilva, letteralmente distrutti, sotto l’incubo di una vita senza lavoro e pure contestati per difendere un’azienda che inquina gravemente, che provoca malattie e  morte nella loro città.

Dichiarava sconsolato un operaio di fronte al telecronista: “Non ci fidiamo di Mittal, né del governo. E siamo qualche volta insultati dai nostri concittadini”. In una talk-show televisivo di martedì pomeriggio, un lavoratore della Mittal si rivolgeva al governatore della Puglia, Michele Emiliano, con parole pesanti: “Lei parla politichese, noi perdiamo il lavoro”. Lo accusava di ondeggiare tra posizioni differenti per questione di consensi, Emiliano replicava furibondo e alzando la voce. E prima ancora, c’erano stati filmati di scambi ravvicinati tra contestatori dell’inquinamento dell’Ilva in polemica con chi voleva la continuazione del lavoro. Quasi una frantumazione sociale, uno sconquasso, che poi si riflette nella perpetua e monotona contrapposizione politica italiana che non porta da nessuna parte.

Si dice che l’ex Ilva sia un fattore strategico per il futuro dell’industrializzazione italiana. Ma non ci voleva molto ad accorgersene da tempo.

In realtà, l’Italia sembra aver finito di considerare il suo ruolo nella politica economica, nella crescita e nello sviluppo. L’Ilva in fondo è un esempio che potrebbe diventare classico. La grande acciaieria inquina inevitabilmente e i dati sulle malattie provocate sono allarmanti. Il problema poteva essere affrontato da molto, con un intervento graduale e coordinato, di risanamento e di salvaguardia della produzione.

Lo avrebbe potuto fare uno “Stato innovatore”, come ripete spesso l’economista Mariana Mazzuccato. Ma in Italia, in questo clima di fare cassa privatizzando a ogni costo, dimenticandosi pure di liberalizzare, l’Iri ha svenduto una prima volta, come in tante altre occasioni, e nessuno, al contempo, ha pensato a risanare con cognizione.

Nelle privatizzazioni alla “carlona”, l’Italia ha battuto ogni record di insipienza. Si può privatizzare benissimo, ma con una certa consapevolezza.

Si pensi che nel 1933, in un’epoca non certo liberal-democratica, uomini come Alberto Beneduce, Domenico Menichella, Oscar Sinigaglia avevano risanato la telefonia italiana per rimetterla poi sul mercato e riaffidarla a imprenditori. Preferirono mantenerla statale dopo aver sentito le pretese e i programmi di quella compagnia che Marco Borsa definì, in un grande libro, “I capitani di sventura” italiani.

Ma nella ventata di privatizzazioni di questa deriva della repubblica, alcuni scrupoli di gestione non sono stati neppure presi in considerazione e così si è arrivati alla situazione attuale.

È evidente che l’ex Ilva sta quindi vivendo una triste agonia e che nello stesso tempo ci vorranno anni per risanare la zona che ha occupato l’acciaieria. Ma questa agonia è alla fine, considerando il  peso strategico di questa grande azienda, niente altro che l’agonia di questo governo formato da una maggioranza di “opposti”, che è riuscita a compiere cento giorni di vita, forse, riunendosi ogni quattro giorni per un “vertice decisivo” e dando l’impressione di restare insieme per una stato di necessità di sopravvivenza politica di alcuni partiti e di alcuni personaggi, piuttosto che guardando alle necessità dell’Italia. L’importante è galleggiare, solamente galleggiare e prendere tempo, magari delegando (tanto per cambiare) alla magistratura anche la politica industriale.

Del resto, il dibattito su questo Paese lo affrontano realisticamente in pochi. Qualcuno sostiene ad esempio che la ricerche del Censis (azzeccate e quasi sempre vicino alla realtà per 53 anni), alla fine siano solo una sorta di sondaggio. C’è solo da rimanere disarmati di fronte a un’agonia generale che assomiglia in fondo anche al tramonto della ragione.

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