Un Mes, due verità

- Gianni Credit

Le polemiche sul meccanismo salva-Stati confermano una doppia crisi-Paese: economico-finanziaria e politico-istituzionale

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Roberto Gualtieri, Giuseppe Conte e Luigi Di Maio in Parlamento (LaPresse)

Il caso Mes certifica nuovamente due verità, entrambe scomode per il sistema-Italia. Nessuna delle due sembra consentire ad alcuna forza politica nazionale di scagliar pietre sulle altre. È comunque bene tenere la sostanza economico-finanziaria distinta delle questioni di governance politico-istituzionale, in Italia e in Europa.

La prima “verità” è nota da molti anni: l’Italia è sempre più in ritardo nel rispetto dei parametri dell’eurozona. Anche dopo il collasso dei mercati nel 2008 e la crisi dello spread nel 2011 nessuno dei governi succedutisi (Berlusconi-4, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte-1 e Conte-2) ha mai seriamente affrontato i mali cronici dei conti pubblici italiani: il debito fuori controllo e una spesa pubblica tanto alta quanto improduttiva. È stato fatto l’uso peggiore della politica monetaria che Mario Draghi, al vertice Bce, ha costruito e difeso per sostenere tutti i Paesi deboli dell’euro e mantenere coesione all’Europa.

Nel frattempo la Ue – diseguale e tecnocratica finché si vuole – non è rimasta ferma. L’Unione bancaria (cioè l’introduzione del bail-in, oggetto in Italia delle penultime polemiche a scoppio ritardato) è stata la risposta al crack delle banche spagnole nel 2012. E il Mes chiude oggi il cantiere delle contromisure verso nuove crisi finanziarie come quella greca del 2015.

Il meccanismo salva-Stati aggiornato è certamente un vaccino dal sapore amaro per l’Italia: prevede, fra l’altro, una sorta di “trattamento sanitario obbligatorio” per Paesi gravemente malati (l’opzione di ristrutturazione automatica del debito). Ma le regole di appartenenza a un club non sono fatte per essere messe in discussione da un singolo socio, per di più strutturalmente moroso. Se l’Italia vuol rimanere nell’eurozona, quasi trent’anni dopo la firma dei Trattati di Maastricht, non può non accettarne i parametri: dovrebbe, anzi, accelerare il proprio risanamento. A maggior ragione ora: per recuperare un minimo di credibilità al tavolo di riscrittura delle regole che si aprirà all’inizio del 2020 e impegnerà la Ue per i prossimi due anni.

Una seconda e distinta “verità” che emerge dalla gestione italiana del dossier Mes è forse ancora più scomoda. Ancora una volta è difficile non constatare – o almeno “percepire” – che un passaggio decisivo riguardante interessi centrali dell’intero sistema-Paese è stato affrontato in una cornice di insufficiente trasparenza interna e di sostanziale debolezza nelle diversi sedi comunitarie (Il Sussidiario respingerà sempre fino a prova contraria ogni illazione di incompetenza o – peggio – di malafede). Non è facile attribuire maggiore o minore responsabilità ai governi piuttosto che ai parlamenti che si sono succeduti; a questo o a quel partito di volta in volta in maggioranza o all’opposizione (polemiche analoghe sono scoppiate sulle questioni bancarie piuttosto che sugli accordi di Dublino sulla gestione dei flussi migratori).

Ma l’efficienza e la credibilità politico-istituzionale della democrazia italiana appaiono certamente ai loro minimi: in una condizione non molto migliore da quella dei parametri economico-finanziari del Paese. E diventa sempre più problematico immaginare un turnaround dell’economia italiana senza una sinergica ripresa del “prodotto interno politico”.

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