Se la politica torna tra la gente

- Gianluigi Da Rold

Si è conclusa la serie di incontri della “Scuola di politica”, un tentativo riuscito di riportare il dibattito in mezzo alla gente anche alla vigilia di un voto

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L'Aula di Montecitorio (LaPresse)

Finalmente si è parlato di politica, trattando pure alcuni temi specifici di interesse collettivo che sembrano ormai relegati anche ai margini dei dibattiti televisivi e degli articoli dei grandi quotidiani italiani. In questi mesi la “Scuola di formazione politica”, promossa dalla Fondazione per la Sussidiarietà, ha, per quello che poteva, riempito un vuoto che hanno lasciato partiti, nuove formazioni politiche, ma anche diverse istituzioni storiche di carattere culturale, compresi i vecchi circoli, che a Milano erano quasi un luogo di naturale appuntamento in vista di consultazioni elettorali o anche di particolari periodi che si vivevano in campo nazionale e internazionale.

Va aggiunta all’iniziativa della “Scuola di formazione politica”, una serie di dibattiti che hanno riguardato i temi strettamente collegati alle prossime elezioni europee. Si può pertanto affermare  che la Fondazione per la Sussidiarietà, insieme ad altre realtà, ha cominciato a rilanciare a Milano quello che un tempo era il dibattito politico a livello di base,  che si sviluppava, nell’immediato dopoguerra fin nelle cellule di fabbrica di alcuni partiti della sinistra, poi nelle sezioni dei partiti di ogni posizione politica, mentre  contemporaneamente, quello stesso dibattito, si affinava da un lato nei circoli come “Il Turati”, il Puecher”, o “La Casa della cultura”; dall’altro si sviluppava con toni autenticamente popolari persino in piazza Duomo, nei dopocena che facevano dimenticare anche le prime trasmissioni televisive e si concentravano invece sui problemi del Paese e della propria città visti da posizioni diverse.

Quello che caratterizzava quel periodo di ritrovata libertà democratica e di consolidamento delle istituzioni repubblicane era  soprattutto una partecipazione spontanea e positivamente interessata, con il desiderio di imparare sempre qualche cosa di nuovo, oppure costituiva la spinta a interessarsi del passato e del presente italiano in vista del futuro che doveva essere costruito.

Si può anche dire, enfatizzando, che quello fu una sorta di periodo “epico” di partecipazione provocato dalla riconquistata libertà di parola e di confronto. Probabilmente un periodo irripetibile.

Ma va detto che per molto tempo erano diverse decine, nella sola Milano, le sezioni dei maggiori partiti italiani, e le riunioni avvenivano con scrupolosa cadenza periodica. La stesse scelte dei partiti, sia a livello locale che a livello nazionale, non potevano prescindere dall’umore e dal tono dei dibattiti che si avvertivano in una sezione cittadina di Milano. La consapevolezza di questa realtà non sfuggiva a chi partecipava e li incoraggiava a una più assidua presenza. Si aggiunga che la vasta “costellazione” dei  corpi intermedi non poteva prescindere da una discussione sulla stessa realtà politica e sociale nella quale vivevano e si muovevano.

Nel contesto di questa partecipazione corale, la televisione non si sovrapponeva, in quell’epoca, al dibattito articolato dalle riunioni di partito, ma riassumeva, con molta compostezza (a volte addirittura esagerata) la posizione nazionale delle singole forze politiche.

Con una sequenza impressionante, quel mondo di partecipazione democratica attiva è evaporato ed è stato sostituito, anche senza che ce ne si accorgesse,  prima da una “repubblica televisiva” molto passiva e approssimativa per tematiche, poi dalla repubblica dei cosiddetti “social network”, che ha ridotto il dibattito politico a “ battute”, a “considerazioni schematiche” se non letteralmente “inventate”. E’ svanito di colpo il lento processo della passione politica che è impastato di storia, comprensione della realtà, tattica e visione strategica. La perdita dell’ideologia (fatto in sé positivo) si è tramutata in improvvisa caduta o disinteresse di una visione.

Allo stesso tempo si è perduto il raziocinio nella comprensione dell’azione politica, lo sforzo razionale di comprendere quelli che sono i grandi processi sociali complessivi di cambiamento.

La “Scuola di formazione politica” promossa dalla Fondazione per la Sussidiarietà non poteva di  certo, in un sol colpo, riempire un vuoto che si è creato da anni e non poteva rovesciare in poco tempo la tendenza a una sorta di “inquinamento demagogico di falsi smemorati” che passa attraverso i canali televisivi e le colonne di giornali, sempre meno letti e sempre meno ricchi di notizie. Ma, almeno, la Fondazione ha invertito una rotta e ha aperto uno  squarcio in una palude di conformismo assenteista.

Solamente nelle lezioni milanesi svoltesi all’Umanitaria, con una crescente partecipazione di giovani, sono stati affrontati temi come “Popolo e democrazia”, “Educazione, bene comune ed etica pubblica”, “Intelligenza artificiale e diritti umani”, “Democrazia, libertà, sussidiarietà”, “Nuovo nazionalismo e globalizzazione”, “La grande sfida dell’Unione europea”.

I relatori erano personaggi qualificati, accademici, uomini politici noti alla storia italiana e all’attuale ribalta politica. Non si sono sottratti a domande che, a volte, li mettevano pure in imbarazzo, in un confronto libero e aperto.

Nessuno vuole fare paragoni inopportuni o sottolineare manchevolezze di altri. Ma si può notare che, mentre nella sala dell’Umanitaria ci si confrontava su temi d’attualità, ma anche di una certa difficoltà, il dibattito alla vigilia delle elezioni europee, su televisioni, giornali, social network e via cantando, è stato caratterizzato dal “caso Siri”, dai continui litigi tra i due vicepresidenti del governo o dalle schermaglie di bassa tattica elettorale, dal caso di manifestazioni e libri inopinatamente pubblicati.

E mentre tutti parlano di cambiamento di questa Europa, non c’è stato un analista, un commentatore o un politico che ha spiegato, nella routine comunicativa, in che cosa si debba cambiare in questa Europa.

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