Un paese più povero

- Gianluigi Da Rold

Secondo gli ultimi dati economici siamo usciti dalla cosiddetta recessione tecnica. Ma la crisi resta e viene da lontano

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Palazzo Chigi (Lapresse)

Dunque, secondo gli ultimi dati economici arrivati sui tavoli delle redazioni, siamo usciti dalla cosiddetta “recessione tecnica”, con un Pil in crescita della 0,2 e abbiamo invertito anche la rotta sulla disoccupazione, soprattutto su quella giovanile. I numeri dei senza lavoro sono sempre da paura: tra il 10 per cento complessivo e il 30 per cento giovanile, ma come dicono alcuni esperti c’è “un’inversione di tendenza”. E poi viene sbandierato pure il cosiddetto “buonsenso” degli ottimisti a tutti i costi, di quelli che pensano a risalite “passo dopo passo”. Allegria!, diceva un tempo il celebre Mike Bongiorno.

A seguito dei numeri, la pioggia di una serie di commenti che sembrano ricalcare, a secondo delle posizioni politiche, visioni positive, negative, oppure aeree, o ancora molto problematiche, che sono  normalmente quelle che mettono più ansia e alimentano un risentimento popolare che ormai sembra una ragione di vita per molti italiani.

Quello che manca, nel suo complesso, è invece un bilancio di dieci anni di vita italiana, partendo dal momento in cui la crisi finanziaria mondiale (scoppiata tra il 2007-2008) ha sconfinato e messo in ginocchio l’economia reale, trascinando nella crisi intere classi sociali e scuotendo pure il funzionamento delle istituzioni democratiche del Paese (come di altri Stati in verità), nel senso che c’è chi le rimette in discussione con proposte che sembrano piuttosto avventate: dalla democrazia diretta a una semplificazione dei poteri che odora di nuovo autoritarismo.

Non è necessaria una grande competenza storica per ricordare e avere presente che le grandi crisi economiche e finanziarie non scuotono solamente gli assetti sociali, ma hanno ripercussioni inevitabili sulle stesse istituzioni. Si potrebbe dire che accade fin dai tempi di Menenio Agrippa: Roma 500 a.C. all’incirca.

In genere sono proprio le grandi crisi che fanno fare i “salti alla storia”, attraversando periodi di sconquassi, di fughe in avanti e di ripensamenti improvvisi e poi assestamenti.

Solo nel Paese della “grande ipocrisia”, cioè l’Italia, si tende a consolidare luoghi comuni, leggende metropolitane e soprattutto a sorvolare sui problemi reali che sono sotto gli occhi di tutti. Ma soprattutto, caratteristica classica dell’ipocrisia, non si riesce mai a riconoscere le valutazioni sbagliate, le analisi approssimative, la totale mancanza di visione o di tentativi verso un futuro accettabile. I periodi di mutamento vengono scambiati subito come assestamento virtuoso.

Forse sarebbe utile cominciare a pensare che, in questi ultimi dieci anni, c’è stata solo una sequenza di ricette sbagliate per un’economia che era in affanno sin dalla fine degli anni Novanta. A parte quelli che scaricano la colpa sul passato, fin dal dopoguerra (perché allora non risalire alla spese della prima guerra mondiale?), bisognerebbe almeno ammettere che il passaggio dalla prima alla seconda repubblica, sul terreno esclusivamente economico (quello politico è ormai oggetto di un ripensamento generale), è stato forzato e in alcuni casi clamorosamente sbagliato.

La cosiddetta economia mista (una presenza pubblica in alcuni settori accanto a quella dei privati) poteva anche essere ridimensionata, ma non doveva essere smantellata e svenduta così come è avvenuto e documentato. Insomma, si poteva vendere meglio, come aveva pensato l’allora ministro delle Partecipazioni statali, Giuseppe Guarino, lasciando allo Stato ancora settori strategici per l’economia italiana. 

Scartato inspiegabilmente (chissà perché e per quali ragioni reali)  il “piano Guarino”, svenduta per fare cassa una parte dell’economia pubblica, negli anni della cosiddetta “seconda repubblica”, quella che doveva riscattare moralmente la “prima”, ci si è ritrovati con un debito pubblico uguale o in alcuni anni più alto, ma con prospettive di sviluppo economico sempre più limitate.

Ancora oggi non esiste una spiegazione convincente sui fallimenti reali dei governi Berlusconi, Prodi, D’Alema e il sempiterno Amato che assomigliava a un “paracomico medico di famiglia” a cui ricorrere nei momenti dove non si sapeva dove andare a sbattere la testa. 

Poi, mentre scoppia la crisi finanziaria mondiale, c’è di nuovo il tempo per riprovare un tiepido Prodi e un Berlusconi piuttosto delirante.

Ma è già tempo di entrare addirittura nella “terza” repubblica, che dovrebbe riscattare i vizi della “prima” e gli insuccessi della “seconda”. I nuovi leader che scendono in campo sono accreditati, secondo la consueta ipocrisia dilagante, di competenza tecnica e, alternativamente, di sedicente decisionismo o attento presenzialismo. Ecco quindi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni  e infine Conte. Si cresce a stento, con decimali irritanti, la disoccupazione raggiunge punte da capogiro, compaiono figure sconosciute come gli esodati, che la signora Fornero non ha “fatto in tempo a calcolare”.

Morale, l’economia italiana non ha mai recuperato i livelli di prima della grande crisi. E l’Italia si è impoverita.

Si è smontato l’apparato produttivo delle Partecipazioni statali, ma si è dato vita, per necessità, all’assegno degli 80 euro, al reddito di inclusione sociale e adesso al reddito di cittadinanza. Paradossalmente, lo Stato è diventato da “risanatore e produttore”, secondo il vecchio schema dell’economia mista, un distributore di reddito, in fondo necessario, per coloro che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese o addirittura per coloro che non hanno alcun reddito.

Ma è possibile non cogliere l’anomalia di tale situazione che ha vissuto l’Italia in questa cosiddetta “epoca di riscatto”? E ammettere un fallimento cercando altre strade?

Si tenga presente un’ultima considerazione, che è poi un altro paradosso. Nella grande industria italiana,  oggi il 68 per cento è ancora in mano statale, poi c’è oltre il 25 per cento in mano a gruppi a partecipazione estera e infine, dopo la fuga all’estero dei nostri grandi “capitani di sventura”, solo il 15 percento forse è in mano tutta italiana.

Qualcuno, oltre a considerare i decimali e a guardare le cifre del Pil, del debito e della disoccupazione, si pone mai la domanda del perché da molti anni e soprattutto nell’ultimo decennio è accaduto tutto questo?

Solo per qualche ora, si potrebbe accantonare l’ipocrisia nazionale che ormai è diventata anche nazionalista.

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