La caccia alle poltrone d’Europa

- Gianluigi Da Rold

Le elezioni europee lasciano una situazione di incertezza che complica la partita tra paesi per accaparrarsi le poltrone più importanti

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Emmanuel Macron (Lapresse)

Il dopo elezioni europee non è scontato e banalmente liquidabile, secondo la vulgata mediatica corrente, con il “non sfondamento dei sovranisti e populisti”. La questione è più complessa e va analizzata con una certa attenzione. Chiunque dotato di un minimo di capacità politica e critica poteva immaginare i due fatti che sono avvenuti: il primo è quello che una maggioranza sovranista e populista era, fortunatamente, uno spauracchio senza senso; il secondo riguardava i “successi al contrario” delle forze tradizionali (popolari e socialisti), le contestate scelte di politica economica (con pure una coda autocritica), forse della “peggiore Commissione europea” nella storia dell’Unione, e con l’inevitabile conseguenza che la maggioranza di questi anni non era più possibile.

Oggi il Parlamento europeo appare molto più frastagliato nella sua composizione e la nuova maggioranza dovrà tenere conto, oltre che di popolari e socialisti (fermi, insieme, a circa 330 seggi insufficienti), anche dei liberali storici di Aldear, di “En marche” di Emmanuel Macron, “re di Parigi e dell’Ile de France”, ma perdente di fronte alla Francia profonda dove spopola Marine Le Pen.

Poi ci sono i “Verdi” in salsa francese (tendenzialmente di sinistra) e i “Verdi” in salsa tedesca, imprecisabili nelle scelte di fondo, ma molto critici nei confronti della politica dell’austerità e anche di altre scelte economiche. Infine, non si possono trascurare i capisaldi sovranisti usciti dalle elezioni italiane e francesi, dalla galassia del sovranismo nell’ex Est europeo e da sussulti critici che emergono in quasi tutti i Paesi dell’Unione europea. Non citiamo, per carità di patria, la Brexit, l’amputazione di una fetta di Europa di grande importanza storica e strategica. I giochi, il panorama politico, le manovre dei leader ora si fanno molto complessi e problematici.

Cominciamo con una constatazione. Ora, si dice con grande noncuranza, lo si dà quasi per scontato, che “questa Europa va aggiustata” e che “la politica d’austerità” non è giovata quasi a nessuno dopo dieci anni di crisi. Solo ai tempi del “governo Monti-Fornero” simili affermazioni erano considerate e bollate come eresie. Ma la realtà è più dura di alcune teorie bocconiane. I trilioni di euro che, dal 2008 al 2011, hanno coperto le perdite della roulette bancaria europea, con annesso il “festival del derivato”, non hanno affatto impresso una “grande crescita” all’Europa, non hanno evitato una drastica riduzione della classe media, una precarietà sul lavoro (in Italia e in tutta Europa) unita a pericolose diseguaglianze sociali, con un welfare che diventa sempre meno il tratto di civiltà distintiva dell’Europa storica e della tradizione delle democrazie.

Ecco perché, di fronte alle rassicurazioni di scontata prammatica “il sovranismo non ha sfondato“, si percepisce meno tranquillità di quella nota fino a qualche anno fa. Anche se erano sempre sconosciuti i compiti del Parlamento, del Consiglio e della Commissione, il nome del Presidente era quasi un fatto automatico, che scattava per chi aveva preso più voti nel partito di maggioranza relativa. Ecco perché il fondamentale ruolo della Banca centrale europea sembrava il contraltare necessario, complementare e naturale al potere del Presidente, e anche in questo caso la nomina avveniva con grande automatismo, quasi per rotazione. Adesso, dopo il voto, il cosiddetto “quadro” per alcuni tranquillizzante, appare piuttosto problematico.

In realtà, la maggioranza o la nuova maggioranza allargata, ha solo una sedicente sicurezza, ma è ricca di paure se non di incubi. Un’altra legislazione come quella degli ultimi cinque anni e dell’Unione europea resterebbe ben poco, nemmeno una soluzione a doppia velocità pur con l’identica moneta. E magari, per inevitabile conseguenza, un pericoloso rafforzamento delle forze politiche sovraniste e populiste.

Quindi i grandi partner, l’asse franco-tedesco, tanto per intenderci, lasciano pure che la Commissione uscente “spari” lettere di duro ammonimento all’Italia e richiami tutti al rispetto dei parametri, ma nello stesso tempo si disputa duramente sugli incarichi futuri e si fanno intravedere, anche se finora tra le righe di varie dichiarazioni, delle aperture al dialogo e a un briciolo di morbidezza.

Si ascolti bene: c’è in questo momento una battaglia tra la Francia del frustrato Macron e della “uscente” Angela Merkel sugli “Spitzenkandidaten”, termine che non esce dalla grande opera di Hegel, ma più prosaicamente dall’indicazione dei candidati principali e più votati. Di che cosa ha bisogno Angela Merkel ? Di un supporto al suo partito Cdu-Csu, che si è ridimensionato di circa una decina di punti in Germania. Il riscatto potrebbe venire (secondo Merkel) da una “iniezione bavarese”, da Manfred Weber della Csu, anima meno austera dei popolari tedeschi. Ma Macron ha subito controbattuto: perché non il popolare francese Michel Barnier? Oppure, per risollevare i socialisti intristiti dal voto, il laburista olandese Frans Timmermans? O ancora, in vista dell’allargamento della maggioranza parlamentare, la liberale danese Margrethe Vestager? Sembra che al “fenomeno” di Parigi vada bene tutto e tutti al posto del bavarese. In realtà, Emmanuel Macron ha in mente un altro obiettivo e forse deve averne già parlato con Angela Merkel.

Secondo un criterio di rotazione, la Bce, con la fine del mandato di Mario Draghi, dovrebbe spettare a un tedesco, piuttosto “innamorato di finanza e finanziarizzazione”, cioè il falco Jens Weidmann, attuale presidente della Deutsche Bundensbank. C’è però chi sostiene che la stessa Merkel punti duramente alla presidenza della Commissione con Manfred Weber proprio per spiazzare la candidatura di Weidmann. Difficile comprendere la portata del gioco. Ma è chiaro che se Macron rinuncia al Presidente della Commissione, non mollerà di un centimetro sul Governatore della Bce, che potrebbe essere il già citato Michel Barnier.

La ragione? Weidmann è stato l’avversario numero uno di Mario Draghi e del “Quantitative easing”. Draghi ha la capacità di conciliare le esigenze della finanza americana (è stato vicepresidente di Goldman Sachs), dell’elasticità contro la politica d’austerità e, tutto sommato, ha risposto alle esigenze sia dell’Italia, sia della Francia, ma anche di una impaurita Merkel nei confronti dei risultati dell’austerità, delle scorribande finanziarie e dei contraccolpi sovranisti e populisti.

Tutto questo bolle nel “pentolone” di un’Europa “tranquilla” solo per alcuni osservatori piuttosto superficiali. A questo punto la “questione italiana”, la rinegoziazione di alcuni parametri, la versione anche di un’Europa a doppia velocità con l’euro intoccabile, potrebbe essere al centro di una trattativa complessa, non facile, ma con qualche possibilità di riuscita. Certo si deve partire da una trattativa costruttiva, parlare di commissari da nominare con criterio e spirito di collaborazione. Alla fine, il match nullo di queste elezioni, che per i risultati di alcuni Paesi come l’Italia e in parte come la Francia, lascia l’Europa in panne, può risolversi con un accordo più ampio e più flessibile, senza toni tonitruanti. Potrebbe paradossalmente uscire una speranza di più solidità.

Può anche darsi che la nuova maggioranza europea allargata riesca ad ammorbidire la logora intransigenza tedesca. È una speranza che dovrebbe far comodo anche a Matteo Salvini, se riesce a cogliere, con i suoi, i segni politici di un cambiamento europeo in corso. Altrimenti resterebbe solo la copia di “Luigi Di Maio” in salsa europea.

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