E adesso?

- Giorgio Vittadini

Il voto europeo ha confermato che la politica resta uguale a se stessa. Ma il mito dell’uomo solo al comando non basta. Bisogna tornare a un ruolo vero della politica

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L'aula del Senato (LaPresse)

Le grandi novità emerse dall’ultima tornata elettorale, in realtà ci dicono che la politica continua a essere uguale a se stessa da molto tempo.

Nella cosiddetta Seconda Repubblica “il re continua a essere nudo”. Dietro a luoghi comuni ripetuti (casta, élite, populismo, sovranismo) il copione continua fondamentalmente a proporre il palcoscenico pieno delle macerie accumulatesi dai tempi di Tangentopoli, che dopo trent’anni si rivela per quella che è stata: un’azione giudiziaria che ha preso le mosse da un fatto incontrovertibile, un sistema corrotto, ma che è stata usata per azzoppare la funzione essenziale di uno Stato democratico, quella della politica.

Tre gli scopi di questo “colpo di Stato”: il tentativo di eliminare le forze democratiche e riformiste, graziando forze estremiste, di destra e di sinistra, che forse erano più colpevoli di altre sul terreno della corruzione; le privatizzazioni per svendere i “gioielli di famiglia”, cioè la struttura produttiva italiana, con la regia delle banche d’affari angloamericane che sono state poi protagoniste del disastro finanziario del 2008; il passaggio da un regime parlamentare con sistema proporzionale al maggioritario, che ha indebolito il sistema democratico promuovendo la figura dell’uomo solo al comando.

Mentre nelle prime due scelte è difficile non trovare un aspetto doloso, nella terza almeno c’è un’aspirazione a una maggiore governabilità.

A partire dal “ciclone” Berlusconi si è dato l’avvio all’immagine del leader solo al comando. Che, in pratica è come se dicesse: italiani, ascoltatemi, io vi porterò il benessere e il progresso. Quindi, che necessità c’è di parlamentari scelti con le preferenze? Basto io, anche a scegliere loro. E ancora: perché perdite di tempo nelle discussioni parlamentari? È sufficiente alzare la mano quando lo vuole il leader. E soprattutto: perché cercare di spiegare la complessità dei problemi? In televisione si può far credere che tutto è banale e schematico. E se qualcuno vi dice il contrario, è un corrotto. In politica estera: perché estenuanti trattative con i partner europei? Basta una pacca sulla spalla davanti agli schermi per dare l’idea che tutto è sotto controllo.
Se Berlusconi è stato il battistrada di un certo corso politico, chi è venuto dopo (Prodi, Monti, Renzi) ha ripetuto lo stesso meccanismo di grande illusione e disillusione. Oggi (Di Maio e Salvini) addirittura si è arrivati a sostituire l’argomentazione delle scelte politiche con il dileggio e il disprezzo dell’avversario.

Nel breve periodo ci si può illudere che alcuni interventi assistenziali, di breve respiro, o programmi di rigore possano funzionare, ma alla lunga i cittadini si accorgono dell’inconsistenza delle proposte, del fatto che i loro problemi non vengono risolti e quindi nelle urne puniscono quelli che prima avevano premiato.

Un reale cambiamento dovrà necessariamente passare da un punto che i nuovi leader non sembrano in grado di affrontare: il ritorno a un vero ruolo della politica.

Quindi, il potere di incidere sulle scelte economiche, ad esempio mettendo in discussione le mode neoliberiste; il potere di affrontare il problema del debito senza scaricare sull’Europa la responsabilità, anche adottando misure impopolari e finendola di tamponare la situazione con provvedimenti non strutturali. È necessario, poi, un tentativo condiviso di riformare l’Europa in collaborazione e non in competizione con gli altri Paesi.

Occorre poi un deciso ritorno agli investimenti strutturali, alla politica industriale del tipo 4.0 di Carlo Calenda, a una politica che abbia una visione, ad esempio sul rilancio del Mezzogiorno come centro del Mediterraneo.

E soprattutto bisogna smettere di gettare discredito sui corpi intermedi, un aspetto che ha caratterizzato tutta la Seconda Repubblica compreso questo governo. Le comunità di base, invece, sono il soggetto principale dello sviluppo democratico e sociale di un Paese, i principali protagonisti di attività di welfare, di formazione e di rappresentanza.

Solo da queste realtà di base, che sostengono le persone nell’aspirazione al bene comune, possono emergere i leader politici del futuro.

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