Palamara, Robespierre e il populismo giudiziario

- Gianluigi Da Rold

La giustizia italiana non attraversa un buon momento. Non mancano gli scandali e si auspicano riforme e cambiamenti

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Corte di Cassazione (LaPresse)

L’autorevolissimo editorialista del Corriere di ieri, giurista ovviamente insigne, docente, giudice della Corte costituzionale e “invitato speciale” dei talk-show televisivi, dove si straparla di “certezza della pena” e di altri esilaranti “principi” della nuova “giurisprudenza populista”, è preoccupato per quanto sta accadendo al Consiglio superiore della magistratura. “Grande è lo sconcerto” scrive l’insigne giurista a un mese dallo scoppio della “cagnara”. E si augura che l’attuale vicenda venga chiusa presto, per passare poi a “considerare più profondi cambiamenti”. Tra una ventina d’anni, magari o forse, perché i cambiamenti in materia di giustizia, soprattutto in Italia, sono sempre da ponderare, da soppesare attentamente e soprattutto da rinviare.

Chissà se l’insigne giurista ha letto ieri il suo giornale a pagina 8, dove è andata in scena l’ennesima puntata del feuilleton degli accordi e degli intrighi tra “togati e non togati”, tra “giudici e pm”, sempre appartenenti alla stessa categoria (un abuso secondo il “povero e bistrattato” Montesquieu, di fronte al “nuovo” rappresentato da Rousseau), con un codazzo di indiscrezioni degne di una vecchia casa di ballatoio della periferia di Milano, con riunioni notturne e designazioni di capi di procure tra dispetti e “siluri”, per ottenere “comprensione” e soprattutto un assetto funzionale tra politica e magistratura in una nuova geografia feudale. Proprio un nuovo feudalesimo basato non sul latifondo, ma sul potere delle procure e sulle relazioni di influenza.

Ma l’insigne giurista si è accorto che il “grande sconcerto” non è altro che la scoperta dell’acqua calda? Stava alla Consulta o sul pianeta Mercurio in questi lunghi anni dove giustizia e politica hanno continuato a regolare i conti tra loro, prima consultandosi, sempre con simpatie di una certa connotazione, e poi scatenando guerre di convenienza particolare?

Adesso salta fuori la “sconvolgente” notizia che Luca Palamara, ex presidente dell’Anm (Associazione nazionale magistrati) sarebbe stato il playmaker, il regista delle trame ai vertici delle Procure insieme a due deputati del Pd e a cinque altri componenti del Consiglio superiore dalla magistratura.

Che cosa accadeva alcuni anni fa? Tutti sanno quello che avveniva, sin dai tempi della “procura delle nebbie” di Roma e poi della roccaforte milanese, piuttosto discussa, di “mani pulite”, ma tutti fanno finta di ignorarlo, per pura convenienza e voglia di esercitare un potere, appunto ormai di origine feudale, perché di poteri separati e di stato democratico hanno una cognizione vaga e approssimativa.

In fondo, a ben vedere, questo Paese segue sempre due copioni di convenienza. Il primo è quello di “1984” di George Orwell: chi controlla il passato, controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato. Altre volte, nei momenti di grande cambiamento, va in scena il secondo copione: quando crollano tutti i veli e accade il finimondo, si adotta la variante della “grande manovra”, quella che prevede “tutto cambi per non cambiare nulla”.

In tutti i casi, di fronte al “caso Palamara”, ci si rende conto che deve esserci ormai un ancora più profondo regolamento di conti, durissimo, tra poteri dello Stato che non fa altro che aggravare, con questi colpi di teatro, la crisi di un sistema, di cui non si riesce ancora a comprendere quale sarà la fine e quale l’eventuale nuovo inizio positivo. E nello stesso aumenta lo sconcerto e la sfiducia dell’opinione pubblica per le istituzioni.

Torniamo ai ricordi dimenticati. È forse una scoperta che esista una politicizzazione esasperata all’interno delle correnti della magistratura e quindi del Consiglio superiore della magistratura ? Ci sono stati pure libri di “pentimento e autocritica”, di quelli che andavano a “imparare ” dai processi della rivoluzione culturale cinese.

Persino l’insigne giurista del Corriere ammette due colpe gravi del Csm: i tempi della giustizia e la politicizzazione endogena, quella che viene da dentro, alimentando le carriere politiche di alcuni magistrati. Ma detto questo, ci si rende conto che la giustizia sta ripetendo la strada della delegittimazione che aveva già investito la politica? Anche in quel caso, tutti sapevano che i partiti politici, sin dal 1946, presentavano bilanci falsi che venivano tacitamente approvati dai Presidenti della Camere, che, nei primi tempi della Repubblica, erano addirittura dei “padri della patria”. Quel “pasticcio” che alcuni hanno definito criminale è stato prima cancellato da un’amnistia, passata sottobanco nel 1989, comprendendo pure i “fiumi” dell’oro di Mosca per un partito principalmente (il Pci), ma anche per qualcun altro, poi è esploso nel “polverone di tangentopoli” con conseguenze che paghiamo ancora adesso.

Se per caso, al triste feuilleton della politica, ambientato nella cosiddetta prima repubblica, seguisse il feuilleton della magistratura (che aveva contribuito in modo decisivo a far crollare la vecchia politica) quali conseguenze otterremmo nella seconda o nella terza repubblica? Che rischieremmo la crisi di sistema perfetta.

Che cosa fare quindi? Mettere tutto a tacere? Niente affatto. La “grande confessione” che molti auspicavano durante “tangentopoli”, sarebbe utile anche adesso per gli intrighi e le trame per le nomine delle procure.

Occorrerebbe parlare in modo franco e corretto del passato, con la volontà costruttiva di creare il futuro, con riforme appropriate e degne di uno Stato democratico, dove ad esempio nella aule di giustizia prevalga la terzietà del giudice, la separazione delle carriere (quindi la creazione possibile di due Csm) e dal dibattito processuale tra le parti nasca la prova di un delitto oltre ogni ragionevole dubbio.

Purtroppo, la sensazione in questo clima di confusione è che prevalga la vecchia idea di Hebert, Robespierre e Saint Just, quella che si chiamava “legge dei sospetti”. Così dopo il populismo in politica arriveremmo al massimo del populismo giudiziario.

Si ricorda sempre volentieri una frase del povero Enzo Tortora, che dovrebbero ricordare anche gli insigni giuristi. Diceva Tortora: “Proibite i telefilm di Perry Mason in Tv, perché altrimenti gli italiani pensano che il processo, qui da noi, si svolga proprio così”.

Altro che gli “intrighi” di Palamara. Solo una riforma della giustizia, moderna e democratica, con un processo veramente accusatorio e non mescolato a quello vecchio inquisitorio. Forse anche il Csm si autoriformerebbe.

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