L’Ilva e i nuovi Masaniello 

- Giorgio Vittadini

L’ex Ilva di Taranto rischia di chiudere. Tutto questo sembra per ragioni elettorali che poco che hanno a che fare con l’interesse del Paese

ArcelorMIttal
Lapresse

Dichiarazioni lapidarie e roboanti sul caso ex-Ilva non bastano a nascondere il fatto più grave: la mancanza di una qualche idea, non solo per gestire i problemi dello stabilimento di Taranto, ma anche per affrontare i nodi che riguardano lo sviluppo dell’intero Paese. In verità, la sfida è tutt’altro che semplice: il primo centro siderurgico europeo, ora in mano ad ArcelorMittal, la più grande multinazionale al mondo del settore, rappresenta un concentrato di tutte le sfide dell’economia moderna, raccolte sotto la parola “sostenibilità”: quella della tutela del lavoro e della salute, della salvaguardia dell’ambiente, di una produzione che stia sul mercato in un contesto globalizzato di forte (e sleale) concorrenza internazionale e di rapide innovazioni tecnologiche. Detto questo, però, non è possibile che non si riesca nemmeno a stabilire un punto fermo da cui partire.

Ricordiamo brevemente le ultime vicende che hanno interessato l’ex-Ilva. Nel 2012 la Procura della Repubblica di Taranto sequestra lo stabilimento per disastro ambientale. Per alcuni anni la popolazione e le forze politiche si schierano: chi per chiudere gli impianti, altri per tentare di risanare e continuare la produzione. Non è un problema marginale: Taranto produce la maggior parte dell’acciaio necessario alla produzione industriale italiana e dà lavoro a circa 20.000 persone in modo diretto e attraverso l’indotto.

Lungo concitate vicende, grazie soprattutto all’intelligenza del ministro Carlo Calenda, ad alcune forze sindacali, al lungimirante vescovo della città, si riesce a far comprare l’impianto all’ArcelorMittal, uno dei più importanti operatori mondiali del settore. Gli imprenditori indiani si impegnano a continuare la produzione, e dei 2,4 miliardi di euro totali, promettono di destinarne circa la metà, 1,15 miliardi, al risanamento ambientale e a una produzione pulita e sostenibile.

Nel 2018 ci sono le elezioni e vince la maggioranza “giallo-verde”. Uno dei punti del programma 5 stelle è quello di smantellare l’Ilva per costruire al suo posto una sorta di grande parco giochi o addirittura un allevamento di cozze, che dovrebbe assicurare gli stessi livelli di occupazione e reddito (sic!).

Il piano è, detto fuori dai denti, delirante, ma il ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio si deve arrendere al fatto che fortunatamente gli accordi sono già stati presi e non si può tornare indietro. E anche se l’Ilva fosse chiusa, sarebbe un problema stanziare i soldi per risanare l’enorme area in cui risiede l’insediamento industriale. ArcelorMittal comincia a operare e a procedere con il piano di risanamento, con l’accordo dell’immunità penale per i manager, nell’idea che non possano essere chiamati a rispondere di una situazione creata precedentemente e già fuori norma, visto che l’impianto è ancora sotto sequestro.

Il provvedimento viene segnalato alla Corte Costituzionale, perché ritenuto contrario ai principi della nostra Repubblica. Intanto, nelle successive elezioni, la base “pentastellata” abbandona delusa i suoi leader in tutta Italia e in particolare a Taranto.

Poiché in questa fase politica non conta tanto il bene del Paese, ma soprattutto il consenso elettorale, Di Maio propone un emendamento al decreto crescita (!!!) che reintroduce il rischio penale per gli imprenditori della multinazionale indiana. Ci si aspetterebbe che la Lega salviniana, sempre pronta a dichiararsi al fianco delle imprese, si opponesse indignata almeno come fa sulla questione dei migranti. Invece, approva il provvedimento alla Camera, accordando la fiducia al Governo.

Intanto, l’ArcelorMittal annuncia la cassa integrazione per circa 1.400 lavoratori che inizierà lunedì. Il settore è in crisi per il calo della domanda e per la concorrenza extraeuropea. Di Maio e altri 5 ministri “pentastellati”, in una commedia tragicomica avente lo scopo di recuperare qualche voto a scapito di produzione e ambiente, si recano a Taranto.

L’ArcelorMittal aveva cominciato a risanare lo stabilimento, al punto che, secondo gli esperti, l’attuale pericolosità di Taranto non è superiore a quella di Porto Marghera. Non è certo il massimo, ma almeno un inizio. Perciò, gli imprenditori indiani fanno l’unica cosa ragionevole che possono fare: affermano che, se entro il 6 settembre, data in cui entrerà in vigore la nuova legge, non sarà ritirato il provvedimento, chiuderanno l’impianto. E quindi non risaneranno neanche l’ambiente, che resterà inquinato.

La chiusura dello stabilimento di Taranto, oltre a mettere in ginocchio l’economia di quella regione, in un Paese manifatturiero come il nostro, renderebbe ancora più critiche le sorti di una buona parte del sistema produttivo nazionale, soprattutto quelle piccole e medie imprese manifatturiere del Nord, costrette a rifornirsi da acciaierie estere molto più lontane.

Con una prospettiva così grave, qual è il messaggio dei pentastellati? “Non vi indignate, noi siamo amici del popolo e non dovete temere nulla”. Mentre appare quantomeno contraddittoria la dichiarazione di Salvini: eravamo contrari alla norma, ma mi sono fidato di Di Maio che mi aveva detto che l’occupazione non era a rischio.

Morale: si parla solo di reddito di cittadinanza, di quota 100, di flat tax, ma nessuno si preoccupa del fatto che per redistribuire ricchezza bisogna produrre, investire in infrastrutture e bisogna difendere la manifattura.

Della politica industriale sembra invece che non importi nulla sia ai profeti grillini della decrescita felice, e neppure ai leghisti di Salvini, visto che mostrano di prediligere tutt’altri temi. E allora, chi accusa della mancata crescita italiana solo l’Unione europea, dovrebbe fermarsi un attimo a capire che banalizzare i problemi significa buttare fumo negli occhi alle persone.

All’Unione europea dello sviluppo importa poco e questo è già un problema. Ma anche per la nuova classe dirigente italiana, lo sviluppo e la politica industriale sono termini sconosciuti. La flat tax e la spesa pubblica negli Usa funzionano perché diventano investimenti e nuovi insediamenti produttivi. In Italia diventerebbero solo nuovi interventi assistenziali per vincere le elezioni e assicurarsi il consenso. Sembra la politica di Masaniello.

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