L’Italia e la roulette russa

- Gianluigi Da Rold

Il risultato delle elezioni europee non ha portato più chiarezza nel panorama politico italiano, alle prese anche con una stagnazione economica

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Palazzo Chigi (Lapresse)

Sembra quasi incredibile, ma il risultato delle elezioni europee del 26 maggio, quello che in teoria doveva chiarire quasi tutto, ha ingarbugliato ancora di più la situazione politica italiana, rendendola apparentemente insostenibile. Paradossale nella sostanza: è uscita dalle urne una maggioranza giallo-verde sempre solida e quasi uguale a quella del Parlamento nel computo complessivo dei voti.

Ci si assesta ovviamente sempre sopra il 50% di quelli che vanno ancora a votare, con una certa fatica e rassegnazione. Lo fanno notare in molti (ma solo adesso però, anche se la “diserzione” dura da anni) che l’assenteismo è sempre il primo partito del Paese. Chissà perché. La risposta è addirittura banale, non solo troppo semplice. La fiducia nei confronti della rappresentanza politica è ridotta ormai ai minimi termini.

Ma adesso c’è di più da sottolineare. Se in matematica, cambiando l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia, in politica, disciplina più complessa e in questi tempi abbastanza “misteriosa e sconosciuta”, cambiando l’ordine dei fattori succede quasi il finimondo. In poche parole, forse per un “destino cinico e baro”, i voti che avevano preso i “pentastellati” un anno fa corrispondono più o meno a quelli della Lega di oggi. E viceversa. Con una simile somma complessiva di voti che viene confermata dal tormentone dei sondaggi del lunedì.

Però, il “governo a contratto”, che già era in fibrillazione per i sondaggi antecedenti al voto, è diventato adesso una sorta di “roulette russa”. Alla sveglia mattutina, l’immaginifica “pistola” spara una pallottola avvelenata; a metà pomeriggio viene iniettato un antidoto abbastanza efficace; in serata viene assunto puntualmente un ansiolitico che cerca di conciliare dei sonni non troppo turbolenti. Ma realisticamente, quanto può durare una simile instabilità in continua fibrillazione e quanto rivela tutto questo del sistema politico e istituzionale italiano?

Attenzione, ci sono sempre quelli che straparlano sulla “prima repubblica”, ma sono abbastanza generici, perché la crescita c’era, l’instabilità alla fine si trovava sempre fino al “marasma del 1992”. C’è chi si dimentica, con abile cura, la stagione delle “privatizzazioni senza liberalizzazione” che hanno scompaginato gravemente il nostro sistema produttivo.

I dati del 1991 su Pil e debito pubblico, paragonati a quelli del 2001, sono lì a dimostrare quante “balle” sono state lanciate al vento dai “giornali” dei “soliti noti”. Altro che fake news. Non era cambiato nulla, nonostante l’Italia fosse stata letteralmente “svenduta”. Ma l’autentico pasticcio o forse il disastro, nelle sue molteplici forme, è arrivato nel primo decennio del Duemila, culminato con la devastante crisi del 2008, con una finanza ottusa e biscazziera, che ha fatto deragliare completamente tutto l’economia reale, (non con la “roulette russa”, ma con quella normale da gioco che ha imposto sacrifici per sanare le perdite di banche private con debiti pubblici, cioè dei cittadini). Due grandi personaggi dell’economia, Luciano Gallino e Marianna Mazuccato parlano di “grande imbroglio”: si sono fatti debiti privati e si sono contrabbandati per pubblici.

Ed è da quel giorno, da quel momento, da quei mesi che tutto è cambiato. In Italia, prima c’è stato un “intervento tecnico” che poteva essere anche accettato, anche perché arrivava da un “Berlusconi” che con la politica c’entrava come i cavoli a merenda. Poi c’è stata una serie di primi ministri dalla vita breve, dalla carriera che è partita dalle stelle ed è arrivata molto presto alle stalle.

È persino irritante farlo. Ma la perdurante crisi (si chiudeva sempre l’anno finanziario con cifre modeste di incremento del Pil e disoccupazione crescente e drammatica, oltre a pressione fiscale e burocrazia da far rabbrividire) ha alla fine creato quello che può passare alla storia come la “grande disillusione” perché nessuno è riuscito a bloccare, oppure a trovare nuove soluzioni, per uscire da queste stagnazione che si preannuncia per diversi anni ancora in un contesto geo-strategico mondiale difficilissimo e a un’Europa che conta, nonostante le apparenze e le dichiarazioni, i suoi pezzi che cadono. Con sullo sfondo una nuova incomprensione tra Germania e Francia: chi farà il Presidente della Commissione e chi farà il Governatore della Bce? Questo è il problema!

Il voto di protesta che è arrivato in questi ultimi anni (astensione, Salvini, Di Maio, persino l’elegante Conte, che parla tranquillamente ai giornalisti, con totale incoscienza, di un’eventuale crisi di governo) sono il riflesso della stagnazione economica, della disillusione e quello di essere stati oggetti del cosiddetto “grande imbroglio”. A questo punto però non si tratta più di una crisi politica, di governo, di maggioranza, ma, non nascondiamo la verità, ci si trova di fronte a una crisi di sistema, a una crisi infinita, che parte dall’economia, abbraccia l’assetto istituzionale arriva adesso persino dentro il Consiglio superiore della magistratura, dove c’era chi decideva, magari appartato con amici, chi doveva fare il procuratore in un determinato posto.

Certo, appare paradossale a tutti che i voti nel Paese siano uguali nella maggioranza, ma divisi diversamente tra votazioni europee e quelle parlamentari. Ci si chiede chi può decidere con sicurezza in quel Consiglio dei ministri con tutto quello che si dovrebbe decidere? Ma in tutti i casi, arrivasse la crisi a luglio per andare a votare a settembre, oppure si assista all’ennesima sceneggiata di una ricomposizione “contrattuale” di governo per fare non si sa bene cosa, con in più le minoranze che, al momento, non hanno neppure un’idea in testa, dobbiamo solo prendere atto che, dopo il 2008 l’Italia è arrivata alla “crisi infinita”, o forse non è entrata in un’autentica crisi di sistema.

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